Christopher Nolan è divisivo quanto un partito politico, una squadra di calcio e la ricetta originale della carbonara messi insieme. Di conseguenza, sono dieci giorni che il mio feed viene sballottato dalle onde più che le navi di Ulisse. Filologi entusiasti, antichisti delusi, critici disgustati, nolaniani estasiati.
Finalmente, prima che i bias, in un senso e nell’altro, prendessero il sopravvento sulla mia personale capacità critica, ho visto il film, un’odissea di nome e di fatto (non foss’altro che per la mastodontica opera di realizzazione). Lasciamo perdere le recensioni istruite, che ne abbiamo abbastanza. Il film è indubbiamente godibile, spettacolare e coinvolgente come ci si poteva attendere; ciononostante, non è tutto oro quel che luccica, anzi. Perciò, tre cose che funzionano e tre che non funzionano (secondo me!) dell’Odissea di Ome… uhm, di Nolan.
COSA VA
- La sublime raffigurazione della potenza del mare
Un aspetto sul quale nessuno ha posto l’accento, ma che io ho trovato formidabile: il mare omaggiato in tutta la sua sublime (nel senso romantico del termine) forza distruttrice. L’elemento alieno all’uomo per antonomasia, la categoria che meglio tratteggia l’ignoto e il mistero, e che da sempre rappresenta la sfida più probante per le civiltà più ambiziose di questa Terra. Resa eccellente, scene davvero memorabili, e alcuni fotogrammi degni di un dipinto di Caspar David Friedrich.
2. La profonda umanizzazione del personaggio di Ulisse
A scapito di una rilevanza degli Dei assai scalfita, è apprezzabile la stratificazione della psicologia di Ulisse. In effetti, uno dei marchi di fabbrica di Nolan: scrivere protagonisti maschili tormentati dalle proprie scelte, dai propri sbagli e dal proprio passato.
Da questo punto di vista, non c’è molto scarto con il Cooper di Interstellar, il Cobb di Inception o il Bruce Wayne della trilogia del Cavaliere Oscuro.
Una chiara reinterpretazione in chiave contemporanea, ben orchestrata benché rea di voler forzatamente far assomigliare a noi un personaggio del tutto estraneo alla nostra mentalità e alle nostre vicissitudini.
3. Le ottime prove attoriali di un cast funzionale
Evitando di cadere nelle sterili polemiche sulle etnie degli interpreti (anche perché, a voler essere intellettualmente onesti, non ci si dovrebbe limitare a parlare di Lupita Nyong’o/Elena o Himesh Patel/Euriloco, ma anche della miriade di anglosassoni che prestano il volto a personaggi mediterranei), tutti gli attori sono convincenti, anzi, potremmo dire giusti, nella loro parte. Questione non scontata, considerando anche la brevità di alcune apparizioni (vedi Samantha Morton e Charlize Theron).
COSA NON VA
- La completa smitizzazione del mito
Ulisse, da spietato e astutissimo guerriero indomabile, si trasforma in un veterano di guerra afflitto da stress post traumatico, pieno di rimorsi e incline ad anestetizzarsi (una sorta di Oppenheimer dell’antichità). Potremmo estendere questa stessa considerazione a tutti i personaggi (Polifemo, Circe, Calypso, Elena) svuotati del loro senso originale, allo scopo di mutarli in copie carbone delle moderne categorie umane. La reinterpretazione è comprensibile, ma perché non limitarsi a prendere ispirazione dall’opera originale e narrare una storia differente, anziché stravolgerla totalmente per far sì che ci dica cose che sappiamo già?
2. Le ambientazioni molto poco mediterranee
A guardare il film, più che tra le isole dell’Egeo e del Mediterraneo, a volte pare di trovarsi in Scozia o in Islanda. Ed evidentemente è così. Dunque, se alcune location sono assolutamente in linea con la geografia originale (Favignana, Malta, Marocco), altre rompono del tutto questo schema, e, unitamente a una fotografia molto tetra, quasi gotica, sebbene affascinante, privano spesso la pellicola dei colori e delle tonalità che ci si attenderebbe dalla vivacità cromatica della Grecia.
3. L’irresistibile necessità di attualizzare tutto
Noi moderni abbiamo un problema con l’alterità. Proprio non riusciamo ad accettare chi è diverso da noi, finanche se si tratta di una civiltà del VIII secolo a.C. E dunque, abbondano i tentativi di tramutare un passato lontano e terribile in uno specchio consolatorio in cui riflettere i nostri tratti caratteristici. Su tutti, il finale in cui un Ulisse in procinto di andare in terapia assomiglia a uno storico-filologo che ha appena finito di scrivere un paper sull’età del bronzo e la conseguente decadenza socio-culturale (Lineare B che va a monte, tratte commerciali interrotte, crollo dei costumi). Chiaro l’intento di collegare quella storia con i problemi del mondo odierno, ma era proprio necessario?