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Il nostro mondo è nato nello sballo di Philip K. Dick

Il nostro mondo è nato nello sballo di Philip K. Dick

Ogni volta che guardo un talk politico in TV faccio puntualmente due considerazioni. 

La prima è che dovrei essere meno severo con me stesso e con la mia claudicante gavetta professionale da under 30 in piena quarter-life crisis, considerato che un corposo grappolo di fini statisti dentro e fuori i confini nazionali è la prova empirica che sognare in grande si può.

La seconda è che forse sarebbe il caso di valutare l’assegnazione post-mortem dello scettro di miglior autore del XX secolo a Philip K. Dick. 

È una provocazione che si poggia non solo e non tanto sul valore puramente letterario della sua opera, ma sulla capacità quasi divinatoria di prefigurarsi la società dei posteri, o, per dirla ancora più precisamente, alcune categorie, specie psicologiche, dell’umanità del – riferendoci a lui – prossimo futuro. 

Ora, sono convinto che la mia suoni più come una provocazione che come una banale esaltazione  per il semplice motivo che Dick fosse un autore di genere. Perlomeno, se si va in libreria, i suoi romanzi e i suoi racconti li si trova nella sezione sci-fi; e questo, seppur parzialmente, riduce il portato artistico del suo lavoro, relegandolo in una posizione di marginalità nel nostro immaginario, magari rispetto a scrittori che pure hanno scandagliato brillantemente lo stesso abisso, come DeLillo o Franzen. 

Forse a Dick mancano le geometrie formali del pensatore postmodernista, tuttavia le sue storie sono intrise di quegli stessi simulacri di cui parlava Braudillard, sebbene vestiti di palandrane e mantelli più che di giacche e cravatte.

Ma, sottigliezze da specialisti a parte, arrivo al punto. Prendiamo alcuni degli scenari più tristemente ovvi del nostro tempo.

Una manciata di plutocrati iper intelligenti, iper potenti e iper spregiudicati che investe cifre incalcolabili allo scopo di colonizzare Marte, invertire il processo d’invecchiamento e controllare il nostro pensiero attraverso un fitto sistema di sorveglianza globale e una propaganda finissima e costante.

Una realtà effettuale che rischia di essere messa in discussione da una sofisticata intelligenza artificiale, che progredisce a un ritmo tale da spaventare i suoi stessi ricercatori, e che potrebbe, in una delle congiunture più sventurate tra le eventuali, rendere impossibile la distinzione tra mondo sensibile e immaginario al semplice occhio umano.

Un numero sempre crescente di leader ed esponenti governativi pittoreschi, anzi, quasi grandguignoleschi, che fondano la loro avvenenza politica unicamente sul sensazionalismo, sulla rabbia populista, sulla negazione sistematica delle evidenze e sulla decadenza intellettuale e morale.

Tre scenari reali che potrebbero essere tre sinossi di altrettanti racconti dickiani. Ma, del resto, cosa sono Trump e Musk, se non personaggi dickiani in purezza? E Milei con la sua motosega? E Alex Karp con il suo sorrisetto da sociopatico iperattivo? 

Emmanuel Carrère disse che, inviato per un reportage nell’enorme bordello che era la Romania del dopo Ceauçescu, si trovò a osservare una tale quantità di personaggi simili, spregiudicati e grotteschi a un tempo, da tornare a casa con l’idea di scrivere addirittura una biografia di Philip K. Dick (Io sono vivo, voi siete morti). 

Era il principio degli anni Novanta, il decennio che avrebbe voluto che gli Ottanta non finissero mai, per poi accorgersi brutalmente che se lavi tutto il pavimento di casa con la stessa acqua, questa diventa nera e non pulisce più un metro quadrato a dovere. E, in effetti, i Novanta sono sì l’epoca di Pretty Woman, di Celine Dion e di Sex and the City, ma anche quella di Palahniuk, del grunge e di American Beauty.

Ma oggi, dopo il terrorismo islamico e le rappresaglie occidentali, la crisi finanziaria, la pandemia e un equilibrio geopolitico mai così scricchiolante dai momenti più tesi della Guerra Fredda, non sarebbe più sufficiente l’istinto di andare a tuffarsi nel mondo dickiano per farne una biografia. 

No, ci vorrebbe un sistema alla Ubik, una maniera per interagire con la coscienza del defunto scrittore, e chiedergli come sia possibile che sapesse che, un giorno non troppo lontano, i cinquantenni più ricchi e brillanti si sarebbero fatti le trasfusioni con il sangue dei loro figli adolescenti e i presidenti degli USA avrebbero incitato ad assumere candeggina per neutralizzare un virus a rapida diffusione globale. 

Forse ci risponderebbe che gli è bastato drogarsi, e allora avremmo la nostra risposta su ciò che siamo diventati.