← Tutti gli articoli
← Torna agli articoli

I guru del mindset di 2000 anni fa

I guru del mindset di 2000 anni fa

Se c’è una cosa che chi indulge al piacere di scartabellare e spulciare le cose del passato scopre abbastanza in fretta, è che gli esseri umani rimangono sempre gli stessi. Certo, si susseguono morali, costumi, mode e, più in generale, impalcature diverse sopra le quali si edifica la realtà nella sua percezione collettiva in una data epoca, ma la verità è che la sostanza rimane fondamentalmente invariata.  Impulsi, passioni, paure, dubbi, piaceri e sofferenze. Tutto identico, adesso come migliaia di anni fa. Consolatorio, dopotutto.

Nel nostro oggi di piccole grandi psicosi, di ossessione verso l’individuo, di normativizzazione parossistica dei comportamenti umani, forse basterebbe volgersi alle proprie spalle per depotenziare quel sentimento asfittico che ti coglie e ti convince che nessuno possa ascoltarti né comprenderti né aiutarti né amarti.

E invece no. Le soluzioni a cui ci si affida per tentare di riempire quel vuoto che attanaglia l’anima sono tante, ma tutte sono accomunate dalla stessa fallacia: rendere il Sé il centro di tutto. Subordinare l’intero mondo circostante alla propria individualità, come se si potesse invertire il processo di causalità che governa ciò che accade e che ci accade, come fossimo dei demiurgici artefici del nostro personale universo.

La letteratura sul tema, diffusasi a macchia d’olio negli anni, è vastissima, ed è ben farcita di una precisa grammatica che ti spiega cosa fare per essere felice, libero, realizzato; poco importa che tu stia attraversando un’angosciante crisi di mezza età o che voglia capire come investire i tuoi risparmi a Dubai, il punto cruciale è essere positivi, intraprendenti, proattivi. 

Verrebbe da replicare con una celebre frase pronunciata da Dae-Su in Oldboy, che smaschera l’ipocrisia di una retorica come questa: “Ridi e il mondo riderà con te, piangi e piangerai da solo”.

Ma, malgrado ciò, l’uomo, come si diceva, è sempre uguale a se stesso, e, adesso come 2000 anni fa, trovare il proprio posto nel mondo è questione cogente. E lo è che tu sia un qualunque funzionario o l’imperatore romano. 

Marco Aurelio, che probabilmente viveva con una certa ansia il proprio ruolo di potere, passò molto tempo, tra una campagna bellica e l’altra, ad annotare le sue osservazioni sull’esistenza, sull’universo, sulla realtà e via dicendo, più per farsi forza e tentare di sfuggire al burnout che per dare effettivamente consigli di vita a noialtri, magari nella speranza di entrare nella lista dei bestseller del New York Times. 

A confermarlo è il titolo stesso dell’opera: Τὰ εἰs ἑαυτόν(che in greco antico vuol dire qualcosa come “a se stesso”), da noi conosciuta come Pensieri.

Le fondamenta filosofiche del testo sono di natura prettamente stoica (Marco Aurelio cita più di una volta Epitteto come una delle sue principali fonti di ispirazione); tuttavia, al di là di classificazioni e filologia, sono due gli spunti di grande interesse per il lettore profano del XXI secolo: il rapporto tra l’Io e il resto del mondo sensibile e l’inesorabilità della morte che si avvicina.

Per Marco Aurelio non è mai il mondo esterno a doversi adattare alla peculiarità dell’individuo singolo, ma esattamente il contrario. Il vocabolario e le espressioni che usa sono eloquenti: “natura universale”, “principio direttivo”, “armonia di tutte le cose”. Insomma, è soltanto comprendendo (e accettando) di essere delle insignificanti rotelle in un ingranaggio brutale e magnifico che si può vivere in pace, ed è soltanto capendo che il bene di tutti equivale al proprio bene individuale che si può tradurre in pratica il concetto.

E come fare con il pensiero incessante e ammorbante della morte? Perfino un animo tanto razionale e bilanciato come il suo è costretto a farci i conti, e, in effetti, il tema riaffiora a più riprese. Eppure, non si tratta di un’ossessione malsana, che si aggrappa alla fantasia di poter eludere la fine, fosse anche per campare un giorno in più; anzi, dobbiamo essere ben consci che potremmo morire fra un’ora, e, proprio grazie alla consapevolezza di una vita tanto effimera, trascorrere il tempo che ci è concesso di conseguenza. 

Tanto la morte, sia essa un non-evento che conduce alla mera cessazione delle sensazioni, come vuole Epicuro, o una trasformazione organica nell’eterno processo di rimescolamento atomico dell’universo, come vuole Democrito, è parte integrante della vita. Senza l’una non vi sarebbe l’altra.

Marco Aurelio non ti dice che andrà tutto bene, che farai grandi cose, che tutto è in tuo potere.

Ti dice che non sei rilevante, che ti dissolverai prima che la farina diventi pane, che passioni e tormenti sono solo capricci del corpo. 

Tutti sappiamo che queste ultime tre affermazioni sono vere, incontrovertibilmente. 

Ma preferiamo dare retta alle prime tre; altrimenti come faremmo a trovare la motivazione per permetterci l’ultimissimo modello delle friggitrici ad aria iper intelligenti?