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Il triste destino di Shanti De Corte (o la differenza tra etica e morale)

Il triste destino di Shanti De Corte (o la differenza tra etica e morale)

Zaventem, Belgio. Alle 07:55 di martedì 22 marzo 2016, un taxi deposita tre uomini all’aeroporto di Bruxelles-National. Tre minuti dopo, due esplosioni seminano morte e panico tra la folla assiepata nei pressi dei banchi del check-in, provocando 16 vittime e centinaia di feriti. Purtroppo, non si può dire che fosse notizia assai sbalorditiva, considerato il turbolento contesto storico europeo di quegli anni: Parigi, Nizza, Manchester, Barcellona, Bruxelles. Attentati a ogni piè sospinto tra il 2014 e il 2018, quasi sempre rivendicati (o comunque ispirati) dallo Stato Islamico, all’epoca al culmine della propria forza d’urto politica e militare.

Ma torniamo a quel martedì 22 marzo.

Nella hall delle partenze, aree del check-in 4 e 5, ci sono circa 90 studenti del Sint-Ritacollege, pronti a volare a Roma per una gita di qualche giorno. Il febbrile entusiasmo adolescenziale che trasuda dalla scolaresca viene soffocato da una serie di veementi urla in arabo, come di consuetudine macabre apripista degli ordigni che sconquassano l’aeroporto di lì a qualche istante.

A pochi metri da uno dei kamikaze si trova una liceale all’apparenza molto fortunata, poiché rimasta del tutto illesa all’inferno scatenatosi attorno a lei. 

Allo scoppio delle bombe, un pezzo di soffitto crolla su un gruppo di compagni, e la ragazza scappa istintivamente, mettendosi in salvo da un destino solo rimandato, come il servo che incontra la Morte al mercato di Baghdad, e, nel tentativo di sfuggirle, galoppa fino a Samarra, solo per scoprire che l’ineludibile appuntamento era fissato proprio per quella sera, proprio a Samarra.

La giovane fiamminga si chiama Shanti De Corte, ha 17 anni, e quel giorno la sua vita cambia per sempre.

Shanti, infatti, comincia sin da subito a mostrare i segni di un trauma irreparabile: nell’estate dello stesso anno, in vacanza in Francia con la famiglia, fa fatica persino a lasciare la camera d’albergo, terrorizzata dalla sola idea di trovarsi in un luogo pubblico affollato. Pochi mesi dopo, gli stessi disagi si ripropongono a Roma, in un viaggio simbolico organizzato dai genitori allo scopo di farle raggiungere la meta della tanto sventurata gita.

Seguono anni di forti disturbi psichiatrici, innumerevoli ricoveri, spaventose terapie farmacologiche (fino a 11 antidepressivi al giorno) e due tentativi di suicidio. 

La sua esistenza diventa un macigno insostenibile, lei stessa si descrive come “un fantasma che non riesce più a provare nulla”, e la sofferenza la spinge più volte a richiedere l’accesso all’eutanasia, fino a ottenere l’approvazione da due psichiatri, che valutano la sua condizione come inguaribile e insopportabile, dunque in linea con i criteri della legge belga, sebbene non gravata da alcuna patologia somatica. 

“È stata una vita di risate e lacrime, fino all’ultimo giorno. Ho amato e mi è stato concesso di sapere cos’è il vero amore. Me ne vado in pace. Sappiate che già mi mancate”.

Questo il suo ultimo messaggio, prima di spegnersi placidamente il 7 maggio 2022.

Una vicenda che reca con sé un dilemma assai ostico: come si giudica un Paese che ritiene conforme alla propria legislazione concedere il suicidio assistito a una ragazza di 23 anni, seppure logorata da una grave sindrome depressiva? 

La morale, l’insieme delle norme che regolano la vita collettiva, e che, in buona sostanza, distinguono ciò che è giusto da ciò che è sbagliato in una data società civile o tribale, non si pone questo interrogativo. Tutto può essere moralmente accettabile: è la specifica aggregazione umana che informa il decoro o l’indecenza di una certa condotta, rendendone convenzionale la conseguente etichetta sociale.

L’etica, al contrario, è un animale super partes; è un esercizio di stampo universalistico, non soggetto ai tempi che cambiano e alle morali che vanno di pari passo con loro.

Siamo troppo abituati a pensare in termini astratti: progressisti o conservatori, rivoluzionari o reazionari; questi sono concetti assoluti, ma i casi specifici no. 

Bertrand Russell sosteneva che anche la più balzana delle idee possa essere utile alla scienza, in quanto capace di stuzzicare il genio ed essere foriera di una nuova scoperta; a patto che, una volta adempiuta alla funzione, la suddetta idea venga immediatamente archiviata, giacché a quel punto sarebbe unicamente d’intralcio a nuove possibili evoluzioni.

È un ragionamento che, con un po’ di fantasia, si può applicare alla dicotomia progressismo-conservatorismo

Tradotto, una posizione considerata rivoluzionaria non lo rimane ad infinitum, specie se l’istanza che cavalca viene soddisfatta o si diffonde a macchia d’olio. Viceversa, un’idea apparentemente conservatrice può celare connotati più progressisti di quanto non appaia a un primo sguardo superficiale. 

Non è il contenuto di un’idea a definirne incontestabilmente l’essenza politica, sociale e culturale, e, soprattutto, il giudizio etico che le spetta, ma la sua relazione con la realtà a cui si interfaccia.

Insomma, non si tratta di categorie immobili, ma di concretissime variazioni sul tema, quello sì, davvero immutabile, della nostra vita umana.

Non sta a me stabilire se sia stato eticamente corretto accordare l’eutanasia a Shanti De Corte, né è nel mio interesse tentare di influenzare il vostro giudizio soggettivo. Ma, trattandosi di una storia, mi sembra, troppo complessa e spigolosa perché la si possa ammantare di integralismo ideologico senza risultare del tutto idioti, sarebbe cosa buona e giusta fermarsi a riflettere e speculare, andando oltre quella copertina di convinzioni preimpostate che, troppo spesso, sono solo un modo per non pensare, studiare, approfondire.

E, magari, capire.