In un vecchio sketch di Gigi Proietti sta tutta l’essenza di ciò che proverò a dire in queste poche righe. Un intellettuale di sinistra, progressista e illuminato, trascorre l’intera sera a pontificare in osteria, penetrando le menti degli avventori con lunghe invettive contro il razzismo e appassionati elogi dell’uguaglianza. A serata finita, si ritrova da solo in una strada buia, e s’accorge di essere pedinato da una misteriosa figura che si avvicina sempre di più. Spaventato e sotto pressione, si volta improvvisamente e affronta il malintenzionato: “Dove te ne vai, brutto negro?!”, lo imbruttisce con veemenza, per poi rendersi conto che la pericolosa minaccia altro non era che il cameriere dell’osteria, il cui unico scopo era riconsegnargli l’ombrello dimenticato al locale.
Una perfetta esemplificazione del dualismo tra Eros e Thanatos, inscindibile persino nel più misericordioso dei religiosi e nel più efferato dei criminali.
Le stazioni sono dei luoghi antropologicamente straordinari, perché lì puoi capire davvero quanto tu sia ecumenico, al di là delle chiacchiere. Non ci si sente al sicuro, al calduccio della propria cameretta o nella comfort zone del baretto di fiducia, lontano dai disperati che si pretende di amare. Non c’è bisogno di andare a Milano o a Roma per fronteggiare l’odore di alcol rancido e di piscio acido che avvolge la piazzetta prospiciente l’ingresso, per guardare con un disordinato mix di sospetto, paura e commiserazione il rumoroso gruppetto di immigrati che, già dalle 10 del mattino, anestetizzano con l’hashish il loro immenso mal de vivre. La provincia basta e avanza.
Specie quei posti come casa mia, paesoni rapidamente ingrassati nel secondo Dopoguerra, arrivati al proprio apice negli anni ‘90, e infine gradualmente declinati in un’assordante indifferenza generale, tanto evidente che perfino un coro celeste si rifiuterebbe di dedicargli un canto funebre. Posti troppo estesi per essere paesi e troppo stretti per essere città, talmente insignificanti che non val la pena neanche di provare rimpianti per la sorte a cui li si è costretti.
Ogni volta che qualcuno passa di qui a trovarmi, magari venendo in treno e attraversando il ridente centro cittadino, mi confida a bassa voce, sperando che io non ne giudichi l’umana umanità, di non essersi sentito a proprio agio nel percorrere quelle strade. Com’è prevedibile, l’osservazione viene introdotta dall’immancabile: “Non c’è nessun razzismo in quello che sto per dire…”, eccetera eccetera.
Sia chiaro, non si tratta di persone che guardano, ottusamente e populisticamente, all’immigrazione come al male supremo, perché non lo è. Anzi, visti i chiari di luna demografici, sarebbe finanche una manna dal cielo, se solo questo Paese avesse un po’ di sale in zucca.
No, si tratta di un’inevitabile reazione al tribalismo spiazzante, alla straniante percezione, soprattutto per coloro che non hanno mai assaggiato la multietnicità della metropoli, che il proprio mondo omogeneo e rassicurante si stia autonomamente trasfigurando in un mosaico di pezzi che nessuno si è preso la briga di incastrare.
Conosciamo già il vecchio sillogismo: povertà uguale marginalità, marginalità uguale criminalità.
Le stazioni sono le sale d’attesa dell’emarginazione sociale, gli inevitabili crocevia tra il privilegio e la disperazione, dove anche il più raffinato dei radicali progressisti farebbe fatica a ricamare i suoi pregiati tessuti con le leccornie politically correct di chi vive nelle bolle di sapone.
Il dramma è proprio questo, ed è certo ben più vecchio delle ondate migratorie degli ultimi quindici anni: chi si schiera (a parole o con i fatti) al fianco dei poveri cristi che sono disposti ad affrontare mare, sevizie, malattie e concreto rischio di crepare per vivere una vita di merda lontano da casa, è quasi sempre distante anni luce dalla loro atroce condizione, e, per questo, risulta assai poco incisivo nella sua opera di evangelizzazione, se non ipocrita. Chi, al contrario, si ritrova a vivere schiena a schiena col nuovo arrivato, lo identifica presto come un intruso da scacciare, come un gallo di troppo nel pollaio, e, quando va alle urne, vota di conseguenza.
Le stazioni sono teatri di verità, pungenti come l’odore dei suoi cessi e violente come la necessità di sopravvivere degli spettri che vi si aggirano.
Le stazioni ci ricordano che i nostri istinti, a volte, prevalgono nettamente sui pensieri, e che, forse, non è sempre il caso di barattare il mondo reale con il sonno dei giusti.
Poi finisce che ti ritrovi Fratelli d’Italia al governo e Vannacci al 7%.