Steven Spielberg è uno di quei cineasti che bisognerebbe cristallizzare agli anni dell’infanzia e dell’adolescenza. Da ragazzino nato e cresciuto nell’Occidente post Muro di Berlino, inguaribilmente infatuato di quell’America che profumava di zucchero filato e pop corn, una volta assaggiato il cinema di Spielberg, ci misi ben poco a ritenere i suoi film delle pepite gustosissime da collezionare affannosamente finché non avessi esaurito ogni titolo disponibile.
Avventura, fantasia, poesia, epos. Tutto ciò che una giovane mente sognatrice possa desiderare.
E poi, come se non bastasse, tutto va sempre per il meglio; s’indulge al lieto fine pure quando il tema è l’Olocausto.
Alla fine cresci, impari la realtà, capisci che il mondo non si divide in buoni e cattivi, ma soprattutto che, purtroppo, le cose prendono spesso e volentieri una piega triste.
Perciò, quando l’altro giorno sono entrato in sala per godermi la sua ultima fatica fantascientifica, l’ho fatto con uno spirito nostalgico e indulgente, pronto a perdonare tutti quei vizietti narrativi che avrei potuto enumerare ancor prima che partisse la proiezione.
La trama in due parole: gli alieni esistono, i potenti lo sanno da anni e li hanno resi cavie da laboratorio. I due protagonisti (Josh O’Connor ed Emily Blunt, peraltro ottimi nelle rispettive parti) sono le uniche persone che, per una serie di ragioni, possono svelare al mondo la verità. Naturalmente, i cattivoni che li braccano (capeggiati da Colin Firth) vogliono metterli a tacere poiché convinti che una tale rivelazione condurrebbe la società umana al crollo.
Ah, inoltre, il mondo sta vivendo una crisi geopolitica senza precedenti (vi ricorda qualcosa?), dunque non manca il consueto messaggio anti-bellico, che però, senza spoiler, si manifesta attraverso delle modalità un tantino stucchevoli. Per carità, meglio questa faccia degli USA che non quella del Michael Bay che sta per tessere su pellicola le lodi delle recenti operazioni militari in Iran. Ma andiamo avanti.
Insomma, intreccio semplice e lineare, gestito con la consueta maestria da quel guru dello sci-fi che è il regista de Lo squalo. Le criticità, tuttavia, sono sempre le stesse: verbosità, retorica a non finire, una bella spolverata di buonismo, e, come al solito, la vecchia tendenza a operare scelte di sceneggiatura che raddrizzino perfettamente l’andamento della storia, poco importa se in modo del tutto forzato ed eccessivo.
A onor del vero, la prima metà del film parrebbe anche promettente, ma sfocia in una seconda parte assai prevedibile e interminabile (sarà che il malfunzionamento dell’aria condizionata ha reso la visione particolarmente ostica).
A titoli di coda iniziati, non si può fare a meno di constatare che Spielberg proprio non riesca a evitare di cadere sempre negli stessi pattern, e che, in più, si è pure fatto vecchiarello.
In conclusione, godetevi il film per quello che è, ma non scordate di lavarvi bene i denti dopo la visione, ché tutto quel miele potrebbe causarvi qualche problema di carie.