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La fine della (geo)storia

La fine della (geo)storia

Fra Donbass e Hormuz, riscopriamo l’importanza di chiamarsi geografia

Sull’altare della “fine della storia” vennero sacrificate tante cose: discipline, ideologie, pensieri, coesione sociale. La stessa realtà. Tutta paccottiglia da smaltire, zavorre ingombranti di un mondo vetusto e obsoleto, i cui idoli massimalisti andavano obliati, o tutt’al più convertiti in innocui soprammobili da dare in pasto alla polvere.

In un Occidente occupato, per citare Braudillard, nella “carnevalizzazione” e “cannibalizzazione” di se stesso e dell’Altro, da assimilare tramite un processo di colonizzazione culturale previo reciproco annullamento della propria identità, è curioso (o forse perfettamente sensato) come la geografia ne sia risultata disciplina più umiliata fra le umiliate.

Che bisogno c’era, con l’avvento di Internet, di rimanere ancorati a una lettura della realtà e dei popoli legata alle vecchie categorie spaziali e territoriali? Le teorie avveniristiche (come quella del “mondo piatto” di Thomas Friedman) si presero la scena, effetto di un’ebbrezza post-sovietica che sinceramente credette a una placida e inevitabile democratizzazione del globo terracqueo, chiaramente gemmata nelle stelle e strisce della bandiera statunitense. 

Della serie democratici sì, ma secondo le nostre regole. 

All’indomani della caduta del Muro di Berlino, Gabriel Garcia Márquez preconizzò i sogni di gloria occidentali, dicendosi interdetto da ciò che non esitò a definire “fondamentalismo democratico”. È alquanto indicativo come la scelta lessicale sia ricaduta su un termine comunemente associato al fanatismo religioso, proprio perché l’ossessione ideologica con la quale si è maldestramente tentato di esportare il sistema politico ed economico caro all’Occidente ricalca con geometrica precisione i crismi delle missioni civilizzatrici cattoliche.

In ambedue le circostanze, non si tratta d’altro che di concetti teorici che si è arbitrariamente deciso di elevare a universali.

Insomma, l’idea era quella di trasformare il mondo intero in un non-luogo globale, con Internet eletto a capitale e i mercati a palazzi di governo. 

Visti i chiari di luna, la geografia era stata presto ridotta a suppellettile dei sussidiari scolastici, utile ad alzare la media complessiva a fine anno sciorinando qualche settore produttivo del Portogallo o i capoluoghi di provincia della Lombardia. Addirittura, arrivati al liceo si constatava come questa venisse privata anche di quel briciolo di dignità formale che apparentemente aveva conservato, vedendosi fantasiosamente accorpata alla storia. 

Il non plus ultra della decontestualizzazione. Come se non bastasse quella che già operiamo con la rilettura della storia, riscontrabile sfogliando qualche manuale didattico, dove si possono trovare dei singolari voli pindarici concettuali, tipo “Caracalla e lo ius soli” o “Carlo Magno e l’europeismo”. 

Ma, ahinoi, alla fine la storia vera è ricomparsa. Popoli che fanno guerra ad altri popoli, che avanzano pretese propugnando le proprie istanze attraverso le categorie… della geografia! 

A quanto pare, il mondo non si legge solo dal Terminale Bloomberg.

E, invece, c’è ancora gente che usa la Bibbia per leggere la geopolitica, che s’affida al proprio innato senso di grandeur per prendere decisioni strategiche, che è disposta a mangiare i fili d’erba pur di ottenere ciò che vuole. Valla a capire.

Per noialtri, ça va sans dire, era necessario attendere che le evoluzioni sullo scacchiere internazionale ci colpissero nel portafogli, per convincerci a socchiudere le palpebre. Almeno adesso sappiamo che gli stretti marittimi sono assai importanti e che, forse, trasferirsi a Dubai reca con sé delle controindicazioni.

Una cosa, però, l’abbiamo imparata: la geostoria, capolavoro supremo della nostra suprema incoltezza, scomparirà (finalmente!) dai programmi scolastici ministeriali. Si tornerà a studiare (si spera) le due materie separatamente, ognuna col proprio approccio metodologico. 

Mi pare quantomeno un passo avanti.