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La libertà di pensiero ci piace veramente?

La libertà di pensiero ci piace veramente?

La damnatio memoriae di De Gregori e De Luca

In quel tritacarta che riduce tutto in coriandoli chiamato contemporaneità, “democrazia” è uno di quei termini che rischiano di diventare poco più che una parola di plastica. Tutti ne conosciamo l’importanza e ne riconosciamo affannosamente l’inestimabilità, eppure siamo in pochi a onorare l’immenso vantaggio che essa garantisce, in confronto ad altre forme di governo più liberticide: la possibilità di dire quello che ti pare. Di opporti. Di non omologarti a un avvilente pensiero unico. Di dare una chiave di lettura diversa a una certa situazione politica. Di fare il bastian contrario.

A ben vedere, si tratta dell’unico, incontestabile punto a favore che la democrazia può vantare rispetto a qualsiasi altro tipo di regime. Del resto, non esiste prova empirica di sorta che supporti la tesi per cui un governo democratico sia aprioristicamente migliore di uno dittatoriale. 

Nessun assioma a certificare che gestisca meglio la cosa pubblica, che prenda le decisioni migliori in funzione del popolo che rappresenta, che proponga gli individui più competenti ai vertici dei gangli del potere. 

E gli antichi, che la democrazia l’hanno inventata, lo avevano ben chiaro in mente.

Noialtri, tuttavia, viviamo di polarizzazioni e di prese di posizione tranchant, e questa tendenza malsana (e poco democratica!) sfocia puntualmente nell’azionamento di odiosi meccanismi dialettici, che rispuntano fuori ogni due per tre. 

Ormai non c’è settimana che passi senza che il proverbiale fango nel ventilatore venga diffuso a tutta potenza, e, questa volta, i destinatari sono Francesco De Gregori ed Erri De Luca, rei di aver espresso posizioni controverse (o in controtendenza) rispetto alla questione israelo-palestinese.

Prima di entrare nel dettaglio delle loro dichiarazioni, chiariamo un punto cruciale: la questione non è esser d’accordo o meno con quanto hanno detto. Anzi, è del tutto irrilevante. 

Il nòcciolo è predicare bene e razzolare bene, garantendo a chiunque di poter esprimere liberamente il proprio parere, senza che questa opportunità, che peraltro chiamiamo diritto, si traduca successivamente in ostacoli e ostracismi vari alla vita pubblica e professionale.

Ma quali sono queste famigerate opinioni, che tanto rumore stanno facendo? 

In nuce: De Luca si è dichiarato un convinto sionista (cosa risaputa, ma noi caschiamo sempre dal pero) e ha negato il genocidio dei palestinesi; De Gregori ha espresso perplessità verso gli artisti che si schierano manicheisticamente a favore di una causa anziché dell’altra, senza avere, spesso e volentieri, un adeguato strumentario per leggere e interpretare la realtà con equilibrio e giudizio.

Il risultato è stato, come prevedibile, l’immediata damnatio memoriae dei due. 

De Luca è stato derubricato vecchio rincoglionito, nonché autore da consegnare all’oblio, venendo escluso, difatti, dal Salerno Letteratura, e ottenendo, come sempre accade con certi maldestri tentativi censori, persino maggiore visibilità. 

Un particolare accanimento è stato invece rivolto al cantautore romano, che, a causa della sua storica associazione al mondo della sinistra, ha spezzato il cuore a numerosi aficionados, ormai sempre più convinti che “essere di sinistra” sia automaticamente sinonimo di “sostenere acriticamente cause di qualsiasi tipo”.

Come già detto, non ha necessariamente importanza l’opinione del singolo, e, difatti, eviterò di dilungarmi sulla mia personale (posto che non interesserebbe a nessuno), proprio perché si tratta soltanto di un semplice punto di vista. Mi limito a dire che condivido alcune cose e sono in forte disaccordo con altre. 

Tuttavia, vorrei porre l’accento su un ultimo fatto, e cioè l’utilizzo di un particolare aggettivo da parte di De Gregori: “apodittico”. In parole povere, il considerare certo, incontestabile e assolutamente esatto un dato ragionamento, senza soffermarsi oltre a valutarne eventuali chiavi di lettura alternative, zone d’ombra o dubbiosità di qualsivoglia sorta.

Ecco, se da un lato la destra ha abiurato ogni forma di intelletto, analisi e profondità culturale, la sinistra, o presunta tale (è bene specificarlo), si è progressivamente baloccata in un monoteismo del pensiero asfissiante e intollerante, ma soprattutto semplicistico oltre ogni misura. 

Bandita ogni stratificazione, ogni complessità, ogni contraddizione, ogni voce fuori dal coro

L’unico risultato possibile di un approccio simile è la rassomiglianza sempre più netta a ciò che si pretende (scegliete voi se il verbo è da intendersi nel senso neolatino di “sostenere” o in quello anglosassone di “fingere”) di detestare. 

E, naturalmente, un’incomunicabilità via via maggiore con chi vota per la concorrenza.