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“Ehi Chat, mi dici che vuol dire demisessuale?”

“Ehi Chat, mi dici che vuol dire demisessuale?”

L’altro giorno riflettevo sull’enorme ossimoro in cui si è (abbiamo?) trasformato il sesso. 

Alle nostre latitudini, il sesso non è mai stato tanto inflazionato come oggi né è mai stato tanto tabù come oggi. 

La contraddizione è evidente, ma forse è inevitabile che sia così. Siamo una società dopata di immagini sessuali, con un grado di esplicitezza che varia da Sydney Sweeney che si copre le grazie con i palloni da rugby per sponsorizzare un sito di scommesse alla creator di OnlyFans che, se fosse possibile, metterebbe sul mercato persino l’odore delle sue, di grazie, pur di sbarcare il lunario. 

Ma sì, il sesso vende, c’è chi lo ha imparato con Bauman e chi con Rino Gaetano; ma allora, perché siamo così bacchettoni, se ci stiamo gradualmente abituando a considerare socialmente equivalenti chi vende a peso d’oro le foto dei propri piedi e chi ripara tubature?

Spregiudicati oltre ogni ragionevolezza e pudichi allo stremo a un tempo. 

Tradotto: va bene che un tredicenne con una connessione decente possa avere accesso gratuito a tutta la pornografia mai prodotta nel globo, ma è sempre più inusuale che due ventenni si accordino il diritto di sfilarsi le mutande senza prima confessarsi a vicenda traumi infantili, curriculum vitae, cartella clinica e controindicazioni sentimentali.

Sarà per questo che, nella vita di tutti i giorni, il sesso ha assunto le sembianze di uno strano animale esotico, di quelli che Darwin andò a studiare alle Galapagos, o se preferite, di quelli che Eracle affrontò nel corso delle sue dodici fatiche. 

La prova empirica la si può ottenere con facilità, specie se si è, come me, un ibrido a cavallo tra due generazioni contigue ma assai distanti, ovvero Millennials e Gen Z. Difatti, mentre gli esemplari del primo gruppo vivono tuttora la sessualità con una spontaneità figlia dell’ormai inimmaginabile mondo pre-digitale, i secondi tendono a imbrigliare le proprie pulsioni sessuali all’interno di complesse sovrastrutture psicologiche. Una categorizzazione artificiale di ciò che andrebbe sancito unicamente da quel che accade in camera da letto.

Etichette, ovvero la fissazione più estenuante di questa contemporaneità malata di microsuddivisioni teoriche e scientifizzazione forzata di ogni pertugio di vita reale.

E così, se sei particolarmente attratto dalle menti raffinate e dalla cultura in genere, sei sapiosessuale; se subordini la libidine del corpo a una complicità emotiva più profonda, sei demissesuale, e così via. Poi c’è il poliamore, che, se non fossimo così inguaribilmente retorici, vorrebbe giusto dire “sappi che a me la monogamia fa cagare”; ma no, a quanto pare c’era bisogno di coniare un neologismo senza senso dall’etimologia mezza greca e mezza latina, perché limitarsi ad asserire che è così bello trombare senza impegno era troppo.

Si scrive identità sessuali, si legge ridefinizione del concetto di grottesco. Su Hinge, ad esempio, c’è modo di selezionare la propria identità in un elenco che contiene approssimativamente 20 opzioni. Una specie di listone del Fantacalcio. 

Di nuovo, microsuddivisioni.

La vita, e dunque il sesso, che ne è componente più bestiale, più viscerale di tutte, perde ogni gusto della contraddizione (tratto umano per antonomasia), in luogo di una lineare, mortifera prevedibilità.

Tutto ciò serve a dividere, classificare, e, in ultima istanza, ammansire. A renderci delle perfette marionette in una società di pura automatizzazione del pensiero, dati lineari e inconfutabili al servizio della prossima indagine di mercato. 

È estremamente più semplice esercitare il controllo su un gregge di pecore che su una tigre affamata, ma nessuno di noi, tranne masochistiche eccezioni, vuole razionalmente sentirsi una pecora. 

Al contrario, ci riteniamo tutti unici e speciali; eppure, curiosamente, ci riteniamo tutti unici e speciali stando attenti a restare confinati in un recinto ben delimitato, giacché, all’infuori di quello steccato che determina la normalità, non sei più né unico né speciale, ma solo strambo.

Non resta che interrogare ChatGPT, e domandare, con quel preoccupante mix di autoironia e disperazione, se sia il caso di proseguire coi maldestri tentativi di procacciarsi una scopata, o di arrendersi all’apparentemente obbligatorio pit-stop in psicoterapia.