Ho vissuto in un film di Buñuel per un paio d’ore
Esterno. Giorno. Un soleggiato sabato primaverile. Quattro giovani amici decidono di trascorrere qualche ora in spiaggia. Un preludio d’estate farcito con esistenzialismo autocommiserativo e slanci d’ottimismo verso il futuro, il classico accostamento contrastante che, se fossimo in ambito gastronomico, manderebbe in brodo di giuggiole i food blogger della prima ora, ormai stremati dal regime di carbocreme e smash burger.
Il tempo scorre tra un abbiocco e una camminata sul bagnasciuga, e, dopo una serie di maldestri tentativi di domare un pallone incattivito dall’irregolare superficie sabbiosa, i nostri vengono colti da un leggero languorino. Più che appetito, è desiderio di sigillare in ceralacca questa giornata d’estate sotto mentite spoglie.
Perciò… gelato?
Ed eccoli in auto, alla volta della preziosa merenda, da consumare in uno di quei posti immersi nel verde, provvisto di prati, tavoli all’aperto e picchi glicemici in quantità industriale. Un posto di qualità, sia chiaro, la cui fama, tuttavia, ha probabilmente sorpassato a destra gli effettivi meriti, in virtù di un “instagrammabilismo” facile che appiattisce la facoltà di scelta e catalizza la fauna umana come la cacca fa con i mosconi.
La realtà si disvela ai loro occhi non appena parcheggiano la macchina: una fiumana di cristiani si dispiega in serpentesca conformazione nello spazio prospiciente l’ingresso.
Non c’è bisogno di stimare un tempo d’attesa, poiché l’esperienza insegna che, si tratti di cinque minuti o di due ore, il prodotto per cui sono venuti non ripagherà mai l’interminabile stillicidio di lancette e sbuffi intervallati dalle loro supercazzole istruite.
Eppure, restano lì, come bestie ammansite. E, quel che è peggio, consapevoli.
Sì, perché non gli basta aspettare a oltranza, divorati dal tedio, prima di addentare finalmente queste benedette brioche con due palline più panna. Hanno pure il disperato, urgente, irresistibile bisogno di commentare, con tono disilluso e sprezzante, l’inesorabile declino culturale della loro civiltà.
Quindi s’addentrano nel patio esterno, alla ricerca di tavolo e sedie, mentre osservano, con un misto di curiosità e repulsione, i fenotipi proposti da questo pomeriggio di fine aprile. L’esemplare più diffuso è quello del proletario ripulito; una figura dalle umili origini che ha fatto soldi a sufficienza per ascendere al grado di piccolo borghese. Il suo unico vezzo è sfoggiare la tuta Lacoste verde foresta (più simile a un costume da iguana che a un capo firmato) mentre svapa a grandi boccate dalla Kiwi gusto fragola e lampone. Naturalmente, ha almeno un tatuaggio.
C’è poi la famigliola di paese con marmocchi al seguito; questi ultimi, probabilmente, non hanno ancora i peli pubici, tuttavia possono già vantare un colesterolo da veterani dei cibi ultraprocessati. Non si parla molto a quel tavolo, giacché i volti (un tutt’uno con lo zucchero a velo traboccante) affondano golosamente nei portagioie fatti di brownie al caramello e pistacchio, e, una volta deglutito l’ultimo boccone, il carico di dopamina viene rincarato da una bella sessione di scrolling sullo smartphone. Ma guai a commentare perfidamente, ché si pecca di bodyshaming.
Poi ci siamo noi, diversi ma uguali a loro.
Sembriamo Mastroianni, Trintignant, Gassman e Tognazzi ne La terrazza di Scola: fiaccati da un mondo che detestiamo, ma a cui, nostro malgrado, non riusciamo a rinunciare, ci rifugiamo nell’ironia, nel sarcasmo, nella mordacità.
Però, a differenza loro, noi l’idealismo non l’abbiamo mai conosciuto. Eppure, a loro ci lega il desiderio di non arrendersi all’irrilevanza, benché sia proprio quella stessa irrilevanza a consentirci di non soccombere alla disperazione.
Alla fine, arriva il nostro turno. Brandendo fieramente lo scontrino ormai stropicciato, ci facciamo largo tra i corpi ammassati al bancone, e scegliamo in due secondi i gusti con cui comporre il nostro gelato, del quale, a questo punto, ci interessa molto relativamente.
Mi siedo, e mentre sbrano con malagrazia la causa di tanto penare, viaggio con la mente, e penso a quanto le ultime ore da me vissute somiglino sinistramente a un film di Buñuel (con l’unica differenza che, se non altro, io sono riuscito a consumare il pasto).
Riempiti i pancini in pochi minuti, rientriamo in auto e salutiamo il tramonto mentre la fila di avventori-zombie s’ostina a crescere, quasi fosse controllata da un abilissimo giocatore di Snake.
Intanto rimugino sulla sceneggiatura che scriverò ispirandomi al grottesco pomeriggio appena passato. Magari vincerò l’Oscar, e con quei soldi acquisterò questo posto, al solo scopo di darlo alle fiamme.
Scusate, ma oggi mi sento più un personaggio di Sartre che di Manzoni.