Cos’è più grave, secondo voi; che dei partiti di ultradestra, sempre più audaci nello strizzare l’occhio ai loro ingombranti santini, consolidino giorno dopo giorno uno status che li eleva dal grado di nostalgici un po’ sfigatelli a quello di credibili contender politici, o che la controparte, quella dei liberali che giocano a tratteggiarsi come gente di sinistra, o dei moderati guerrafondai di Bruxelles, abbia trascorso talmente tanto tempo nelle bolle di sapone da non accorgersi che non viviamo più nella “fine della storia”?
Si sente spesso dire che le persone che votano a destra siano mediamente quelle meno istruite, il che, considerando l’accezione un tantino fuorviante che diamo ai titoli di studio, per noi significa anche meno intelligenti.
Il punto è che chi lo dice dovrebbe farlo con l’intento di mettersi in ginocchio sui ceci e lasciarsi fustigare, non certo per sottolineare una fantomatica superiorità culturale, peraltro tutta da dimostrare. In primis, perché se la sinistra perde i voti e il sostegno dei ceti più umili, perde in definitiva la propria essenza; è un problema esistenziale.
E poi, dove sta scritto che la gente più benestante (e quindi più colta) abbia necessariamente maggiore contezza della società che la circonda? Piuttosto, diciamo che il privilegio reca con sé la grande fortuna di potersi preoccupare dei massimi sistemi. Quando il piatto a tavola c’è sempre, e con esso pure merenda e aperitivo, è decisamente più semplice arrovellarsi per i diritti delle minoranze thailandesi o, esempio più cogente, per le istanze del popolo ucraino. Ma, a furia di far questo, ci si allontana dal tanfo della strada, e, una volta di più, dalla concretezza della realtà sociale. La politica, come scriveva Bauman, attiene alla categoria del locale, non del globale. Hai voglia di ripeterlo.
Ora, AfD ha vinto nel Land della Sassonia-Anhalt, e tutti a sciorinare, oltre alle profezie apocalittiche, la consueta solfa sull’identikit del suo elettore medio: uomo, giovane, di norma ignorante e asfissiato dalle ristrettezze economiche. I più teneri infiocchettano l’analisi con il paternalismo che compatisce, della serie poverino, sarà mica colpa sua se è un coglione? I più infuocati, invece, non si farebbero grandi scrupoli nel tappargli direttamente la bocca con la bandiera palestinese, castrando sul nascere la rabbia e la frustrazione che conducono a confidare in chi sponsorizza la remigrazione come la panacea di tutti i mali.
È una grande operazione di auto-gaslighting: s’incolpa la crescente maggioranza di sconfitti e delusi, stanchi di rimanere in silenzio nelle retrovie della democrazia, invece di domandarsi il motivo per cui questi preferiscano eleggere chi propone classi separate per emigrati e disabili, pur di non dare più fiducia a chi non fa altro che parlare di quanto sia pericoloso Putin, e di quanto la Russia sia una minaccia per l’Europa, e di come sia fondamentale sostenere l’Ucraina, e anzi, spendere miliardi in armi, che ci si deve difendere. Da chi, se non da noi stessi?
E, aggiungerei, dagli americani, la sudditanza nei confronti dei quali sta ormai assumendo proporzioni parossistiche.
In più, è importante sdoganare un concetto: così come esiste un afflato comunista che riesce giustamente a ignorare le ignominie e i crimini dei regimi sovietico, cinese e via dicendo, alla stessa maniera sopravvive una memoria (perlopiù tramandata familiarmente) del fascio e della croce gemmata, che tuttora genera una fascinazione verso quel mondo edulcorato e lontano. L’errore, per l’appunto, è stabilire automaticamente che questi aficionados siano tutti degli Hitler in erba, pronti a reclamare i Sudeti in Cecoslovacchia e a invadere la Polonia dopo aver ascoltato Wagner troppo a lungo. Secondo lo stesso identico ragionamento, chiunque si consideri di sinistra dovrebbe sospirare di malinconia ogni qual volta si nominassero Stalin e le sue purghe.
La verità, come diceva Oscar Wilde, “è raramente pura, e mai semplice”.
Insomma, a votare per AfD (o per Futuro Nazionale o per Rassemblement National) sono persone ordinarie con problemi ordinari, cresciuti all’ombra di una certa retorica passatista, profondamente insoddisfatti dal presente, dimenticati dall’establishment che odiano, il cui rancore viene strumentalizzato e incanalato nelle filastrocche nazionaliste dei Siegmund, dei Vannacci e delle Le Pen.
È fin troppo facile affliggersi per la piega che stanno prendendo le cose in Europa, maledicendo chi ci ha lanciato questo incantesimo, quasi che ci fosse piovuto addosso da Marte. Decisamente più complesso è farsi un esame di coscienza, chiedendosi: “Ma noi cosa abbiamo fatto per impedirlo?”