Mesi fa, non appena scoperto che il nuovo film di Paolo Sorrentino avrebbe avuto come titolo La Grazia, pensai immediatamente si sarebbe trattato di un’elegia delle sue alla bellezza; non tanto quella stordente da Venere botticelliana, quanto piuttosto quella candida e discreta che spesso neanche notiamo, finché non ne rimaniamo inaspettatamente abbacinati. Una bellezza più adulta, per così dire.
In seguito, con la diffusione per grandi linee di trama e personaggi, venni a conoscenza del fatto che la pellicola avrebbe raccontato gli ultimi sei mesi al Quirinale di un immaginario Presidente della Repubblica, divorato da ben tre dubbi morali: apporre o meno le firme che sancirebbero l’approvazione della tanto agognata legge sull’eutanasia, e la concessione della grazia a due cittadini (una donna e un uomo), entrambi in galera per aver assassinato i rispettivi coniugi, in circostanze che potrebbero esser ritenute attenuanti. Dunque, a quanto sembra la mia supposizione iniziale era sbagliata. Eppure, quando qualche giorno fa ho finalmente guardato il film, mi è parso evidente come la grazia del titolo non fosse un riferimento all’atto di clemenza individuale previsto dal diritto penale, ma all’inarrestabile bellezza di cui blateravo prima. Sorrentino, del resto, è pur sempre Sorrentino.
Qualche rapido cenno sulla trama. Mariano De Santis è un eminente giurista, in procinto di terminare il suo mandato come Presidente della Repubblica. Le sue giornate, lente e ripetitive, trascorrono nel susseguirsi incessante degli impegni istituzionali, e sono scandite dai pensieri, costanti e quasi ossessivi, rivolti alla moglie Aurora, morta da qualche anno, e tuttavia vivissima nella mente di Mariano, così come il tradimento da lui subito quarant’anni prima, una ferita ancora apertissima, tanto più che lei non arrivò mai confessargli l’identità del partner. La figlia Dorotea, anch’ella giurista e sua fida collaboratrice, lavora alacremente alla stesura del disegno di legge sull’eutanasia, cui tiene molto, e tenta disperatamente di incalzare suo padre (su questo tema e sulle due eventuali grazie), al fine di scuoterne l’urtante e imperituro immobilismo.
Conflitto, dilemma ed etica sono il sale di questa storia. Per sviscerarne al meglio i contenuti, Sorrentino smussa l’ermetismo, che da sempre ne contraddistingue la poetica, in favore di un racconto più ragionato, più maturo, più sincero. La differenza di vedute tra il Presidente (anziano, cattolico, più incline, per ovvie ragioni, al conservatorismo) e sua figlia (giovane, appassionata, risoluta) è una solida metafora dello scontro generazionale che tiene banco nel nostro Paese, diviso a metà fra la maggioranza demograficamente più rilevante, vecchia e reazionaria, e il desiderio della sua prole più giovane di raccontarsi progressista e pronta a sposare i cambiamenti. Una lotta ideologica che si declina sia attraverso il dibattito sull’eutanasia, che tiene banco ormai da anni, sia attraverso la questione dei due omicidi da graziare, specie nel personaggio di Isa Rocca, donna vessata da anni di maltrattamento e abusi reiterati, che arriva ad accoltellare il marito-padrone nel sonno, attuando una legittima difesa preventiva. Insomma, il regista napoletano si apre all’attualità come mai aveva fatto, probabilmente; perché sì, è vero che la politica aveva già fatto capolino nell’opera sorrentiniana, con le due monografie dedicate ad Andreotti e Berlusconi, epperò si trattava di riletture più o meno puntuali di personaggi e affari chiave del nostro passato, mentre in questo caso è l’autore a inventare storia e caratteri, mettendoli poi al servizio della realtà sociale che ci circonda. Sarà casuale che un film del genere esca proprio in questo preciso periodo di graduale, seppur flemmatica, rinascita delle coscienze? Tenderei a dire di no.
Naturalmente, c’è anche spazio per qualche “sorrentinata” in purezza. Dal confronto tra il Presidente e il solare Papa, nero e munito di magnifici dreadlocks, che sfreccia nel silenzio dei Giardini Vaticani a bordo del suo scooter, al Mariano che si smarca, di tanto in tanto, dall’imperante formalismo, canticchiando con convinzione un ritornello di Guè negli attempati saloni del Quirinale. D’altronde, il senso del grottesco, dello stravagante, del surreale al nostro non sono mai mancati, così come la fascinazione per la memoria di un passato di cui non riusciamo a liberarci. È curioso, a tal proposito, come sovente questo sentimento si manifesti tramite il ricordo di una donna, puntualmente idealizzata dal protagonista maschile: accadeva al disilluso Jep Gambardella de La grande bellezza, ancora mosso dalla tenerezza al pensiero della sua prima fidanzata, al Papa Lenny Belardo di The Young Pope, legato all’immagine di un amore giovanile fugace, vissuto prima di concretizzare i voti sacerdotali, al Fred Ballinger di Youth, anche lui perso nel ricordo della moglie scomparsa.
È un film variegato, La Grazia. Si riflette, si sorride, ci si commuove. È un’opera delicata, sorretta da un Toni Servillo che fa il Toni Servillo (e poco altro serve aggiungere), coadiuvato da un’ottima Anna Ferzetti e da un cast assolutamente funzionale. Arrivo a dire che potrebbe piacere persino agli inguaribili detrattori di Sorrentino, comprensibilmente appesantiti dai suoi virtuosismi indigesti, se non si apprezza un certo cinema d’autore. Ma, come detto, la forma, come quasi mai successo in passato, accompagna di pari passo il contenuto, dando beneficio a una narrazione multiforme che abbraccia il comico e il drammatico, l’allegro e il triste.
Un film baciato dalla grazia.