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Questa casa è una prigione (Tre romanzi sulla conflittualità dei rapporti familiari)

Questa casa è una prigione (Tre romanzi sulla conflittualità dei rapporti familiari)

Lamento di Portnoy, Philip Roth

Opera giovanile del geniale autore statunitense, già evidenzia i temi che caratterizzeranno gran parte della sua produzione letteraria. Il romanzo è concepito come un lungo, ininterrotto monologo di Alexander Portnoy, trentenne ebreo americano. L’uomo si rivolge al suo psicanalista e gli racconta, attraverso la penna affilatissima di Roth, la storia della sua vita: dall’ossessione verso le donne e il sesso al complicatissimo rapporto con l’ebraismo e le sue assurde imposizioni morali, dal latente senso di insoddisfazione alla tribolata relazione con i genitori. La madre, autoritaria, castrante e iperprotettiva, involontario facilitatore degli atteggiamenti disfunzionali del figlio verso l’universo femminile, e il padre, succube, fallito e irrilevante, oppresso da un ambiente familiare asfissiante e motivo dell’eterna insicurezza di Portnoy.

Un libro che diede scandalo alla sua uscita, introducendo rumorosamente al mondo l’acume e la satira di uno dei più grandi scrittori del Novecento.

Opinioni di un clown, Heinrich Böll

Per usare le parole dello stesso autore: “Un libro così innocuo, che ha suscitato tanto scalpore”.

Apparentemente innocuo, a quanto pare, perché il romanzo di Böll è una spigolosissima critica del mondo borghese tedesco (ma il discorso si potrebbe allargare a tutto il contesto europeo occidentale) del secondo Dopoguerra. La voce delle invettive è quella di Hans Schnier, il clown del titolo, che, in un denso stream of consciousness di qualche ora, ci narra in prima persona la sua triste storia. Rampollo di una ricca famiglia di industriali, il giovane, del tutto estraneo a un ceto che percepisce bugiardo e voltagabbana, rinuncia al suo status per amore della verità, che dispensa, a coloro che sono disposti ad ascoltarlo, armato solo di caustico sarcasmo, naso rosso e parrucca. Finirà, in un climax drammaturgicamente perfetto, a suonare la chitarra sulle scale della stazione di Bonn, depresso e abbandonato, ma con un’anima ancora intatta.

La pianista, Elfriede Jelinek

Ancora un vortice di tormento e disperazione, raccontato dall’evolutissima scrittura dell’autrice austriaca, che, con un esasperante uso di metafore e digressioni, ci catapulta nella vita di Erika Kohut. Musicista quarantenne, la donna vive ancora con sua madre, o, piuttosto, ne è tenuta in ostaggio. Dispotica e crudele, questa esercita sulla figlia una tirannia fatta di privazioni e vittimismo, conducendola all’autodistruzione. Erika, difatti, vive una vita double face: di giorno è una stimata insegnante di pianoforte al Conservatorio di Vienna, di sera un’assidua frequentatrice di peep show, malfamati locali notturni dove può sfogare l’inverosimile repressione sessuale con un voyeurismo silenzioso, prima di rincasare e indulgere nell’autolesionismo, pur di riuscire a trovare un’identità negatale fin dalla tenera età. Senza dubbio complessa da affrontare, è, tuttavia, un’opera potentissima, concepita da una scrittrice di grande audacia, che non ha paura di sporcarsi le mani con squallore e perversione, qui tratteggiati divinamente.