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“No Other Choice” e i pensieri intrusivi del cinema sudcoreano

“No Other Choice” e i pensieri intrusivi del cinema sudcoreano

Man-soo ha una vita che, dando credito alle nostre categorie di valutazione, potremmo definire perfetta: una bella moglie, due figli in salute, una casa stupenda, due macchine, due cani affettuosi, e via discorrendo con tutte le comodità e gli accessori possibili e immaginabili.

Tra le altre cose, ha anche un lavoro che ama (dipendente storico, per giunta pluripremiato, di una nota azienda cartaria), che svolge con dedizione e professionalità da venticinque anni. 

Senonché, un gruppo americano finisce per acquisire la sua ditta, operando un drastico taglio del personale che lascia Man-soo senza impiego da un giorno all’altro.

All’improvviso, la sua esistenza da spot pubblicitario inizia rapidamente a sgretolarsi: lo stile di vita dispendioso condotto da lui e dalla sua famiglia non è più sostenibile, e l’austerity obbligata che ne consegue reca con sé dinamiche che fanno dubitare il protagonista del suo valore di capofamiglia e, finanche, di uomo. 

Dopo esser riuscito a procurarsi nuovi colloqui d’assunzione, identifica, attraverso un acuto stratagemma, i candidati che vantano un curriculum superiore al suo, e prende una decisione molto drastica al fine di non subirne la concorrenza.

Coloro che masticano i prodotti sfornati dalla brillante industria audiovisiva sudcoreana, avranno certamente notato una tendenza (o forse potremmo addirittura definirla ossessione) degli autori locali all’iperbole allegorica, che di norma si consuma nella spietata rappresentazione delle controindicazioni del sistema capitalistico occidentale e dei suoi cunei sparsi per il globo (di cui la Corea del Sud è un limpido esempio).

Park Chan-wook (regista dell’acclamatissimo e “cultissimo” Oldboy) rispetta tutti i crismi di tale indefinibile genere, realizzando un’opera dai mille volti che, incredibilmente, riesce a mantenere l’equilibrio, pur trovandosi a lungo sull’orlo di un burrone. 

Qualcuno potrebbe parlare di pastiche pacchiano e pretenzioso, eppure l’ossimorico caos ordinato è proprio l’ingrediente principale di questo stile cinematografico adorabilmente confusionale.

Il copione di No Other Choice è un incrocio tra un tachicardico thriller drammatico e una perfida dark comedy a tinte discretamente pulp; un ibrido sotto steroidi che rimane su di giri per più di due ore, saltando a piè pari da una scena degna del miglior Tarantino a un dialogo coniugale che pare uscito da Eyes Wide Shut di Kubrick. 

Scrittura di qualità, ricca di sapori contrastanti, confezionata da un reparto tecnico davvero pregevole, e sublimata dalle prestazioni di un ottimo cast, capitanato dal magnifico Lee Byung-hun, perfettamente a suo agio sia nel ruolo di braccio armato dei padroni (Squid Game) sia in quello di agnello sacrificale della medesima società marcia tratteggiata dalla fortunatissima serie.

Insomma, di aggettivi se ne possono sprecare, per descrivere il fritto misto che è No Other Choice, tuttavia, tenderei a escludere che “noioso” possa rientrare tra le scelte papabili.

Anzi, se c’è una caratteristica davvero apprezzabile, in questa centrifuga impazzita che è il cinema sudcoreano, è quella di mostrare una realtà sociale ormai priva di qualsiasi umanità sostenendone la narrazione con l’arma infallibile dell’intrattenimento; l’unica maniera di far ingoiare i film d’autore a una massa di spettatori con una soglia dell’attenzione sempre più esigua. 

Come fu per Parasite, padre spirituale della pellicola di Park Chan-wook, anche No Other Choice rischia di essere un instant classic, divenendo parte di quella che via via va rassomigliando a una riedizione in chiave K-Pop del cinema postmoderno statunitense anni ‘90 (Fight Club, The Truman Show, Requiem for a Dream, Fargo). 

Stesse tematiche, nuovo millennio.