Proprio non ci va giù quando la giustizia fa i conti in tasca ai ricchi.
Il recente caso del pandorogate ha ulteriormente sottolineato, qualora ve ne fosse necessità, il terribile cortocircuito che disinnesca il nostro intelletto quando guardiamo all’operato della magistratura, in special modo se questa ficca il naso nei portafogli più gonfi, dopo aver annusato odore di magagna.
In effetti, in seguito alla catarsi di Mani Pulite, ha gradualmente preso piede una narrazione, sostenuta pure da voci autorevoli, che racconta di una magistratura incollerita, feroce e spietata, in vero e proprio atto di crociata contro la politica (e l’establishment, di cui Ferragni è una blasonata esponente).
Insomma, le proverbiali “toghe rosse” di cui parlava Berlusconi sono sempre in agguato, e questa volta hanno cercato di infangare l’immacolata figura di Chiara, che, secondo un cospicuo numero di giornali, testate, o semplici opinioni personali, è uscita indenne (e assolta) dalla suddetta caccia alle streghe.
Ma è davvero così?
Facciamo un rapido sunto della cronaca degli eventi.
Chiara Ferragni sigla una partnership con Balocco, mettendo sul mercato il pandoro “Pink Christmas” (che, naturalmente, costa quasi il triplo del suo omologo non brandizzato), e lascia intendere ai consumatori che parte dei proventi verranno donati all’ospedale Regina Margherita di Torino, con particolare enfasi sul lato pediatrico della faccenda.
In seguito, viene fuori che Balocco aveva effettuato una modica donazione alla struttura mesi prima della stipulazione dell’accordo commerciale, che, dunque, nulla ha a che vedere con le vendite dei pandori, e che, di conseguenza, lascia intatti i 2 milioni e spiccioli intascati dall’influencer.
Un bel po’ di persone finisce sotto indagine, e l’Antitrust commina alle due entità (Ferragni e Balocco) una multa di 1,4 milioni, più ulteriori 1,3 milioni da donare obbligatoriamente a un ente benefico.
Ora, reputare pura e candida una persona costretta a sborsare quasi 3 milioni di euro dall’autorità di vigilanza del mercato ci sembra forse un tantino ottimistico, ma andiamo avanti.
Le indagini proseguono, ma la procura (che chiedeva 1 anno e 8 mesi di reclusione) sbatte contro il muro dell’improcedibilità.
Questo perché, nel frattempo, è intervenuto il Codacons, che, in parziale rappresentanza dei soggetti truffati, si accorda con Ferragni per un risarcimento di 150 euro a persona, più altri 200mila euro da donare in beneficenza. In cambio, la querela viene ritirata, e, in virtù di ciò, il giudice non riconosce il reato di truffa aggravata, ridimensionandola a truffa semplice, per la quale non si va a processo.
Da qui giunge il salvacondotto, grazie al quale il reato viene estinto, e il successivo proscioglimento, che non è un’assoluzione, come hanno vergognosamente riportato giornali e testate online, dando a questa storia un senso di ingiustizia che definire fuori luogo è riduttivo.
Ferragni, dal canto suo, con la solita manipolazione markettara a base di pigiamoni grigi, lacrime a comando e foto patinate di figli e cagnolini, si è detta commossa e sollevata per l’epilogo del fattaccio, ringraziando la sua famiglia, i suoi avvocati, e, ça va sans dire, i suoi followers.
Forse, ha perso per strada i ringraziamenti al Codacons.
Cosa resta di questa vicenda?
Beh, anzitutto la vecchia convinzione che la giustizia sia uguale per tutti, ma un po’ più uguale per coloro che hanno ampie disponibilità economiche, senza le quali si sarebbe andati a sentenza per (almeno) un paio di gradi.
E poi, l’amara constatazione che il mondo dei colletti bianchi stia facendo tutto ciò che è in suo potere per smarcarsi dal pressing della magistratura; del resto, le riforme Cartabia e Nordio sono lì apposta per ricordarcelo.
Ironia della sorte, la conclusione di questa storia giunge a un tiro di schioppo dal controverso e discussissimo referendum costituzionale che ci attende fra marzo e aprile, il cui risultato, qualora vincesse il “SÌ”, prevederebbe lo sdoppiamento (e quindi l’indebolimento) del CSM, organo di controllo della magistratura (la separazione delle carriere, che di fatto già esiste, è alla stregua di un semplice pretesto narrativo).
Insomma, la politica vuole entrare a gamba tesa nell’universo della giustizia, ponendola sotto l’ombrello del potere esecutivo.
Tristemente, una ragguardevole fetta di Paese vede di buon occhio questo disegno, identificando i garanti della legge come vampiri assetati di sangue da tenere a bada, e coloro che la infrangono in favore del proprio tornaconto (spesso e volentieri a nostre spese) come perseguitati da proteggere, o, per meglio dire, sodomizzatori a cui fornire di la vaselina di nostra spontanea volontà.
Contenti noi…