Viviamo in un’epoca di strumentalizzazioni feroci. Tutto è slogan, facciata, etichetta.
È probabile che si tratti, quantomeno parzialmente, di una conseguenza logica di un altro male incurabile del tempo presente: il manicheismo selvaggio. Quando ogni discussione viene ridotta a un mero dualismo dicotomico, allora è inevitabile che le posizioni di entrambe le curve vengano legittimate, dagli ultras di turno, dall’uso decontestualizzato di motti e simbologie riesumati da un passato che non si conosce e, va da sé, non si capisce più.
In politica, lo scontro si declina nella sempiterna (e francamente ridicola, oltre che desueta) contrapposizione tra destra e sinistra, due salme imbalsamate che si spalleggiano la reciproca malinconia dei bei tempi andati con commovente caparbietà.
Il punto, tuttavia, è che la destra, con la grettezza che la contraddistingue, sta sbranando la sinistra con inquietante regolarità più o meno ovunque, in Occidente.
Ma, in Italia, i nostri hanno individuato l’antidoto ideale per sconfiggere il virus di “fascistite acuta” che sta dilagando: cantare Bella Ciao.
Se ci fate caso, è un po’ una soluzione sempreverde, di comodo, come rispondere sempre “yes” in una conversazione con una persona straniera a cui non vogliamo confessare di non sapere l’inglese.
Ebbene, negli ultimi giorni si è discusso tanto a proposito della famosa conferenza stampa, da tenersi alla Camera, organizzata dal comitato di estrema destra “Remigrazione e riconquista” (che disagio, eh?).
I nostalgici del Duce, però, non avevano fatto i conti con l’opposizione (tutta piena di feroci antifascisti) che ha occupato (attraverso le figure di alcuni deputati di AVS, Movimento 5 Stelle e PD) la sala stampa dove avrebbe dovuto svolgersi l’odioso convegno.
Ora, se la scena già non ricordasse sinistramente un sit-in studentesco, indetto da liceali indolenti e ansiosi di saltare il compito di matematica, a rincarare la dose di adolescenza ci hanno pensato i deputati stessi, intonando a squarciagola Bella Ciao, e, facile da immaginare, immortalando l’eroico gesto con i telefonini; del resto, si sa, s’ha da postare.
Domenico Furgiuele, deputato leghista e tra i principali sponsor dell’evento, inveisce contro i colleghi, accusandoli di essere loro stessi fascisti, e soprattutto antidemocratici; e la verità è che, purtroppo, ha ragione.
A dire il vero, è un discorso trito e ritrito, che ultimamente aveva tenuto banco per la scelta di includere la casa editrice di ultradestra Passaggio al bosco alla fiera Più libri più liberi; una scelta che aveva generato polemiche e boicottaggi (ricorderete le dichiarazioni di Zerocalcare), e pure scontri, essenzialmente dialettici, in prossimità dello stand dei suddetti fasci.
La domanda che sovviene è molto semplice: cosa distingue una frangia politica, che dovrebbe essere fautrice di libertà d’espressione, inclusione e uguaglianza, da un’altra, storicamente associata all’intolleranza, al suprematismo razziale e alla gerarchia di potere, se questa si pone con atteggiamenti censori e prepotenti verso il pensiero dissimile, come farebbero quegli altri, in un contesto democratico, per giunta?
Come se non bastasse, queste prese di posizione, oltre a essere poco più che dei flash mob involontari, sono pure controproducenti, poiché rafforzano i consensi della destra e sviliscono le posizioni di una sinistra che ha completamente rimosso le proprie ascendenze.
Le categorie umane più rappresentative dell’attuale sinistra sono essenzialmente due: da una parte, troviamo le file dell’esercito di antifascisti immaginari (come li definisce Antonio Padellaro nel suo omonimo libro), dall’altra schiere di attivisti, o presunti tali, ormai obnubilati completamente dalle ossessioni del politicamente corretto e, sulla scia dei corrispettivi a stelle e strisce, della cultura woke.
In un’Europa divisa tra rievocazioni revansciste, pericolosamente vicine ai nazionalismi che condussero alla Prima Guerra Mondiale, e profezie di un europeismo da favoletta Disney, che soltanto una civiltà post-storica e minimalista come la nostra può perseguire credendoci seriamente, una sinistra concreta, rispettabile e preparata servirebbe come il pane.
Perciò, confidiamo che un bel giorno essa torni a incarnare quelle istanze che l’hanno fatta grande, dismettendo per una volta dai discorsi e dalle invettive i patetici piagnistei radical chic che hanno monopolizzato (o quasi) le parole degli esponenti dell’opposizione.
Fino ad allora, per favore, basta con Bella Ciao.