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Sulla psicosi da spoiler

Sulla psicosi da spoiler

Il “cosa” è davvero più rilevante del “perché” e del “come”?

Da cinefilo incallito, sempre incline a diffondere il Verbo, ritengo che introdurre gli altri a film che considero assai brillanti sia uno dei piccoli piaceri della vita. 

Naturalmente, il godimento è direttamente proporzionale all’intimità e alla confidenza del rapporto interpersonale, siccome, nel caso di una persona stretta, al consiglio segue spesso la visione condivisa, che reca con sé commenti, confronti, reazioni a caldo; in definitiva, tutte quelle gioie che solo chi nutre immenso amore e rispetto per l’arte può davvero comprendere.

La scorsa settimana ho guardato per la terza volta Get Out, in compagnia di mio fratello e di un amico, che, come avrete già capito se la premessa è servita a qualcosa, non lo avevano mai visto. 

Si tratta, in effetti, di una pellicola ideale all’operazione di cui sopra, dal momento che, oltre a una storia tachicardica da thriller/horror in piena regola, è anche una sagace allegoria ricca di simbolismi, sicché si presta magnificamente alla discussione.

Ed è proprio il dibattito post-film ad aver riacceso in me una convinzione che nutrivo già da tempo: gli spoiler sono sopravvalutati, o, per dirla attraverso il titolo di uno studio di ricerca del 2011, Story Spoilers Don’t Spoil Stories.

Tutto nasce, in questo caso specifico, dal finale del film (che, come facilmente intuibile, vi andrò a spoilerare). 

Prima, però, qualche cenno di trama che ci aiuti a inquadrare il contesto. Chris e Rose sono una giovane coppia americana interrazziale (lui è nero, lei è bianca). I due vanno a trascorrere un week-end a casa degli Armitage, genitori di Rose, che così avranno modo di conoscere il fidanzato della figlia. Chris è teso, ma Rose lo tranquillizza: i suoi non sono razzisti, anzi. 

In effetti, il ragazzo viene accolto affettuosamente, e, malgrado un atteggiamento un po’ troppo mellifluo e qualche episodio peculiare, lo scenario non pare terrificante. Ovviamente non è così

Difatti, viene fuori che gli Armitage gestiscono un traffico di afroamericani in piena regola. Lo schema è semplice: Rose attira le prede, seducendole, per poi condurle nella tana del lupo, dove queste vengono messe all’asta fra i ricchi e anziani WASP amici di famiglia. 

A questo punto, il vero boost horror: grazie a un rivoluzionario trattamento medico, inaugurato dal nonno di Rose, la persona che si aggiudica il malcapitato di turno potrà allungare la propria vita, trasferendo la sua coscienza nel corpo giovane e prestante che, a seguito di trapianto, ne ospiterà la mente. La collaudata operazione è chiaramente compito dei genitori di Rose, lui neurochirurgo e lei ipnoterapista. 

Ora, si potrebbe facilmente pensare che, a intreccio svelato, sia completamente inutile guardare un film tutto suspense come questo. 

Eppure, mi chiedo, il “cosa” è davvero tanto più rilevante del “come” e, soprattutto, del “perché”? 

La vulgata pende verso il sì, sebbene sia un’opinione comune figlia (almeno parzialmente) di un’industria audiovisiva (con le serie TV in prima linea) sempre più schiava del plot twist, della scelta di copione sensazionalistica, della sospensione dell’incredulità. Insomma, ne parlammo già qualche articolo fa, è un mondo che ha eletto l’intrattenimento fine a se stesso suo sovrano assoluto e i numeri, la quantità, l’engagement sue stelle polari.

Tuttavia, tornando a Get Out, cos’è più importante? Scoprire che il protagonista si sia cacciato in un trappolone da solo, magari sperando che questa macabra svolta faccia sfociare il film nello splatter e nella caciara, tanto per sgranocchiare con gusto ancor maggiore i pop corn; oppure, al contrario, interrogarsi sul messaggio insito in una scelta narrativa di questo tipo?

D’altronde, come già detto, il protagonista non viene a trovarsi in un ambiente dichiaratamente ostile, come potrebbe essere (nel contesto statunitense) quello di rednecks, skinheads o bifolchi simili, bensì nell’affettato e raffinato contesto neo-liberale, che “avrebbe votato Obama per un terzo mandato, se fosse stato possibile”. 

Sotto gli spessi strati di perbenismo, però, si nasconde una convinzione quasi darwiniana: voi neri siete fisicamente inarrivabili, ma noi bianchi, in virtù di una mente innegabilmente superiore, siamo destinati a prevalere. Perciò, non c’è ragione di ribellarsi.

Sottotesto: il razzismo si annida ovunque, anche in quei milieu ostentatamente progressisti, che fanno del tono paternalistico un mantra e della retorica dell’inclusione uno specchio per le allodole.

E, a dirla tutta, il film non s’impegna molto per mandarci fuori strada, anzi. Non cerca il colpo di scena che sparigli le carte, piuttosto tenta di suggerirci fin dal principio che ci sia qualcosa che non va.

E, forse, è proprio una maniera per dirci che, usando una metafora calcistica, non bisogna limitarsi a considerare solo il risultato finale, ma anche il modo in cui questo si concretizza. 

In altre parole, guardando un film o una serie TV, talvolta dovremmo provare a ignorare, per un istante, le mere evoluzioni della storia (svolte sentimentali, morte di un personaggio chiave, doppi e tripli giochi); per focalizzarci sulla struttura che regge queste appariscenti impalcature e sui dettagli più sottili, che spesso i nostri occhi sono impossibilitati a scorgere, abbagliati dalle sgargianti trame della sceneggiatura.

Così facendo, potremmo anche renderci conto che ciò che abbiamo sempre ritenuto una gustosa leccornia, altro non sia che semplice junk food.