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Tutto è autobiografia

Tutto è autobiografia

È possibile raccontare la storia attraverso la memoria? La prima non tiene conto della percezione soggettiva né si lascia intenerire da istanze e sentimenti faziosi, la seconda aspira a raccontare la realtà pur indulgendo ai capricci dei ricordi, spicchi di verità imbevuti di credenze e rancori. 

In Una storia di amore e di tenebra, Amos Oz rievoca la Storia con le storie, forse l’unica maniera per raccontare il popolo diasporico per definizione: gli ebrei.

Romanzo travestito da autobiografia, o viceversa, che nasce dall’urgenza viscerale di far pace col proprio passato: “Ho scritto questo libro per invitare a casa i morti”.

E i morti che affollano il suo salotto sono tanti, e hanno molto da dire. Vite, passioni, speranze e tragedie rigorosamente individuali che informano nobiltà e miserie di una collettività.

Del resto, “l’intero pianeta non può patire tormento maggiore di quello patito da una singola anima”, se è vero quel che sosteneva Wittgenstein.

E così, un’infinita galleria di ritratti di famiglia ci consente di sbirciare nello spioncino di una cultura assai complessa, tanto variegata quanto autoreferenziale. 

Dalle pianure dell’Europa orientale, osservate dai carretti degli avi paterni che muovono dal Baltico al Mar Nero, incarnazione di quel nomadismo errante intrinseco alle genti ashkenazite, ai salotti borghesi di Odessa, che a fine Ottocento videro divampare il fervore nazionalista giudaico, veicolato dalle bocche di poeti ardenti e intellettuali malaticci.

La penna di Oz, però, si guarda bene dal glorificare. Anzi, l’inchiostro che ne sgorga è denso di spirito umoristico, di un’ironia che consente di tutelare la capacità di giudizio, propria di chi si burla di tutto proprio perché conscio che tutto debba essere preso sul serio.

La narrazione si muove avanti e indietro, volteggiando incessantemente su quasi due secoli di vicende umane, come un’ape impazzita che ronza attorno un fiore senza mai poggiarvisi. 

Il fiore, tuttavia, è lì. Un tabù silenzioso di cui Amos ci sussurra di continuo, sebbene non vi si soffermi mai, se non nelle ultime, intensissime pagine: il suicidio di sua madre Fania.

Netta cesura nella vita dell’autore, che, poco più che quattordicenne, fuggì dall’angusto ambiente familiare per trasferirsi in un kibbutz (fattoria collettiva a stampo socialista, d’importazione sovietica), giungendo persino a cambiare cognome (da Klausner a Oz, che in ebraico significa “coraggio”). 

Un rimedio al risentimento di quei giorni, che alla fine, dopo anni di decantazione, mutò in curiosità, pietra angolare di questo coloratissimo libro-mosaico. 

Oz ha bisogno di comprendere, ma sa di non potervi riuscire; può soltanto aprire la porta ai morti e offrir loro una tazza di caffè, rimembrando il sorriso triste della madre Fania, la pedanteria logorroica del padre Arieh, la megalomania saccente dello zio Yosef e l’intransigenza europea della nonna Shlomit.

Come diceva William Faulkner: “Il passato non è morto. Anzi, non è nemmeno passato”.

Ma, come si accennava all’inizio, in quest’opera la memoria stringe la mano alla storia, sicché a tratti la vera protagonista sembra essere Gerusalemme, con tutte le sue contraddizioni al seguito. 

Una città in perenne stato febbrile, teatro multietnico e multiculturale, tenuta al guinzaglio dall’autorità britannica, che, una volta dismessa, lascerà campo libero all’odio, al sangue e alla cieca ideologia di uno scontro ormai secolare, che ancora oggi vive picchi di violenza spaventosi.

Amos, con tutta la lucidità dell’intellettuale moderato, sosteneva che vivere in pace non significhi amarsi incondizionatamente, e che un compromesso a denti stretti sia sempre preferibile a una battaglia che punta a non fare prigionieri. 

Ed è proprio qui che la storia deve prevalere sulla memoria. 

La memoria presuppone il punto di vista, che è fratello dell’intolleranza, che a sua volta apre le braccia all’integralismo.

La storia, al contrario, non conosce campanilismo, proprio perché si muove negli interstizi tra una partigianeria e l’altra.

Una storia di amore e di tenebra è un libro importante perché ci rammenta che l’esperienza personale è brodo primordiale di ogni narrazione, e come tale viziata dall’imperfezione atavica della sensibilità umana.

Che siano le memorie ingrigite di un vecchio o le vicissitudini di un intero popolo, tutto è autobiografia.