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Elogio del dubbio

Elogio del dubbio

La mia vita è la linea di un bus urbano di provincia, un percorso a singhiozzi costellato di fermate troppo vicine fra loro per dare realmente ai passeggeri l’impressione di star viaggiando.

Altre vite, invece, somigliano (o forse pretendono di assomigliare) alle corse dei treni ad alta velocità: fulminee, performanti, efficienti. Una descrizione che forse informa le ferrovie giapponesi più di quanto faccia con quelle italiane (con buona pace di Salvini), ma ci siamo capiti.

Il mondo si è trasformato in un’immensa bancarella di scelte disponibili, recante un’offerta che copre le domande più disparate: dall’amore al viaggio, dal lavoro allo svago; tutto è acquistabile, barattabile, modificabile, e di conseguenza temporaneo. 

In un simile scenario, il dubbio dovrebbe rappresentare l’epitome delle coscienze contemporanee, il tratto principe della personalità del ventunesimo secolo. Ma non è così.

Al contrario, la società premia e valorizza chi (poco importa se per ignoranza o lungimiranza) di dubbi non ne ha mai, chi “si butta senza pensarci”, per utilizzare una locuzione assai cara alle orde di teologi del savoir vivre, che affollano le nostre teste suggerendoci se imboccare tale o talaltro sentiero. E come farlo. 

Riflettendoci, è inevitabile che sia così. 

Il dubbio non fa vendere biglietti aerei, non procura boom di iscrizioni ai corsi online, non riempie i ristoranti e non mette neppure in moto le automobili. In altre parole, potremmo quasi affermare che il dubbio sia antitetico alla crescita del PIL.

Eppure, in un universo di sicuri cronici che veicolano certezze granitiche a ogni piè sospinto, l’autoreferenzialità è sempre in agguato dietro l’angolo, manifestandosi come core business di due approcci alla realtà che, sebbene ossimorici nell’accostamento, sono paradossalmente affini, se non contigui.

Da un lato c’è lo scientismo, che non concepisce verità che non si possa cristallizzare nell’incontestabilità di un codice o nella sacralità di un laboratorio. Considerando l’immanenza dei nostri giorni, che in scienza e tecnologia hanno riconosciuto divinità più tangibili di quelle tradizionali, si tratta sicuramente dell’approccio intellettuale più rispettato, tanto che le discipline umanistiche s’affannano nel tentativo di “scientificizzarsi”, in risposta a un evidente complesso d’inferiorità.

Dall’altro ci sono quelli delle verità alternative, i prodotti di scarto del sistema, incattiviti da un’élite che non ha esitato a escluderli mentre li derideva. Ed ecco che questi, coalizzatisi grazie al comun denominatore del malcontento, hanno trovato riscatto nel Trump che suggerisce di iniettarsi la varechina per contrastare il Covid. 

Curioso come i cervelloni del primo gruppo abbiano regalato agli altri uno sconfinato strumentario (che ha raggiunto il suo attuale apice con l’AI) per deliziarsi nella creazione, nella fruizione e nella diffusione di qualsiasi fantasia si voglia far passare per realtà. Con intenti dolosi o meno. 

Saremo contenti quando non sarà più possibile distinguere il vero dal falso.

Ecco perché indulgere al dubbio, unica arma per non assopirsi al dondolio del pendolo dell’ipnotista. Unico rimedio alla sedentarietà dei pensieri. Unica medicina all’immutabilità delle idee. 

Io, ad esempio, dopo anni di cieca e assoluta convinzione, sono riuscito a mettere in dubbio una verità per me assiomatica, e oggi non so più se preferisco il tè alla pesca o al limone.