La destra vince in Ungheria, la sinistra festeggia in Europa
Dopo sedici anni di dominio politico pressoché totale, Viktor Orban si è trovato costretto a cedere lo scettro del potere. Il suo successore sarà Péter Magyar, la cui tonante vittoria alla recente tornata elettorale in Ungheria è stata salutata con gaudio ed entusiasmo da qualsiasi formazione politica europea non indicizzata alla voce “destre nazionaliste”.
Piccolo particolare, evidentemente trascurabile per molte segreterie di partito: anche il buon Péter è di destra. Anzi, è, in tutto e per tutto, un prodotto del milieu politico orbaniano.
Venuto su in una famiglia di giuristi, Magyar ha studiato all’Università cattolica di Budapest, e, da fervente sostenitore del giovane avvocato anticomunista Viktor Orban (aveva persino la sua foto in cameretta), è penetrato progressivamente nell’élite conservatrice ungherese.
Membro di Fidesz (il partito di Orban), sposò nel 2006 la collega Judit Varga (ex Ministra della Giustizia), i cui incarichi facilitarono il suo inserimento nei gangli delle istituzioni europee a Bruxelles. Rientrato in patria, si trovò tagliato fuori dalle altissime catene di comando, venendo perlopiù confinato in ruoli tecnici, a causa di una personalità vulcanica difficilmente gestibile, stando ai criteri di Fidesz.
Fino ad arrivare al 2023, anno che decretò il definitivo punto di rottura (e di svolta) della carriera politica del nostro, messosi in proprio con la fondazione di Tisza, il partito con cui ha trionfato pochi giorni fa.
Tuttavia, malgrado la rapida anamnesi stilata, che suggerirebbe opinioni nettamente in contrasto con il suo padre putativo, il profilo politico di Magyar è paragonabile a quello di un baby Orban, dal temperamento più moderato e liberale, certo, che però, a conti fatti, non si discosta granché dalle posizioni del proprio mentore.
E, dunque, perché tutto questo baccano? Perché ci si aggrappa a qualsiasi variazione sul tema della scena internazionale (Magyar in Ungheria, Mamdani a New York, Sánchez in Spagna) per tirare acqua al proprio mulino interno?
I problemi possono anche essere o diventare globali, ma la politica (nella sua azione concreta) è e rimarrà locale. Perciò si fatica a comprendere in che modo le elezioni ungheresi o le scelte del governo spagnolo dovrebbero influenzare il sentimento dei cittadini italiani, specialmente di quella larga fetta che a votare non va mai e che tende a non identificarsi con un leader o un programma assecondando afflati ideologici.
La verità, allo stato attuale delle cose, è che, a fronte di una destra (non solo in Italia) ben riconoscibile, che risponde a dei valori chiari e precisi, quella che dovrebbe essere la sinistra brandisce stendardi temporanei e mutevoli quando non effimeri, facendo spesso dubitare della sua stessa natura.
Se da un lato della barricata fanno testuggine contro le accuse che li vorrebbero novelli fascisti (anzi, se ne gloriano), dall’altro faticano persino a darsi una definizione eloquente e non fraintendibile, finanche radicale, nascondendosi dietro quelle locuzioni un po’ scialbe e posticce, tipo “coalizione progressista”. Cosa vuol dire l’avranno capito loro.
Qualora le intenzioni della suddetta coalizione fossero quelle di basare la propria campagna elettorale (come fatto negli scorsi mesi in più d’una regione) interamente su Gaza, sull’Iran o sui fatti dei dirimpettai europei, beh, forse sarebbe meglio non presentarsi e basta. Tanto vincono quelli che blaterano sciocchezze sulla sostituzione etnica e sulla centralità dei crocefissi nelle scuole. E questo, tra le altre ragioni, perché la destra concentra la propria narrazione sul locale, non sul globale.
Perciò, tra un dj set progressista e l’altro, anziché focalizzarsi sulla spasmodica ricerca di un volto carismatico che sia credibile come avversario di Meloni, forse sarebbe bene tornare coi piedi sulla Terra, anzi, sul nostro Stivale. Poi si penserà al leader.