Appunti di letteratura / Philip Roth
Troppo spesso si fa un utilizzo retorico e ridondante di aggettivi come “tagliente”, “incisivo”, “penetrante”, attinenti alla sfera semantica della chirurgia più che a quella della letteratura, per incensare opere di narrativa dal grande valore artistico, vero o presunto che sia.
Ecco, nel caso di Philip Roth, l’uso di tale terminologia risulta quanto mai puntuale: la sua scrittura è un bisturi affilatissimo, e il lettore è un paziente che, malgrado i tentativi di ribellarsi, non riuscirà a impedire alla lama di scavare in profondità.
La sua prosa è incredibile perché riesce a raccontare i personaggi più esecrabili e le scene più disgustose con un’eleganza stilistica rara, che tuttavia non cade mai nell’esercizio di stile. Al contrario: non di rado Roth si concede il lusso di saltare a piè pari nel linguaggio sboccato e nel turpiloquio ove necessario, perché neanche una virgola si pieghi al compromesso dell’edulcorazione o salga sul piedistallo dell’elitismo intellettuale.
La “Trilogia Americana” è l’epitome di questo succinto identikit: tre romanzi (e tre altrettante vite) che ci portano sotto la gonna degli Stati Uniti, svelandone le miserie ben mimetizzate nel sottobosco della sua spettacolare menzogna (l’affermazione dell’individualità e la libertà di autodeterminare il proprio destino).
Le esistenze di Seymour Levov, detto lo Svedese, Ira Ringold e Coleman Silk sono i pretesti per dissacrare il sogno americano, a cui Roth guarda con assoluta spietatezza, e, da buon cultore dei classici, attraverso un topos ben noto già dai tempi di Sofocle: l’ascesa trionfale seguita dalla caduta rovinosa.
In effetti, la parabola dei tre protagonisti è tragica proprio nel senso greco del termine: tutti provano a sublimare (e quasi riescono a farlo) la propria sorte operando scelte trancianti, per poi crollare rovinosamente sotto i colpi della società, delle sue dinamiche, delle sue convenzioni, della sua forza letteralmente sovrumana.
Roth indaga, specula, elucubra attraverso il suo alter ego Nathan Zuckerman, che assembla i puzzle di queste vite con i ricordi che lo legano direttamente ai personaggi e le testimonianze dei congiunti. Ma non c’è agiografia a muovere la ricostruzione; nessun intento glorificatore né redentivo. Solo la necessità di fare le pulci al genere umano nella sua versione americana novecentesca: dal maccartismo e l’ossessione anticomunista (Ho sposato un comunista), al razzismo e il perbenismo moralista (La macchia umana), passando per l’imperialismo e l’American way of life (Pastorale americana).
Il totale, però, è maggiore delle singole parti, dunque tutti gli elementi si mescolano in questo ricchissimo zibaldone socio-culturale, amalgamati dai temi più tipici della poetica di Roth: l’ebraismo e il sesso, conditi da una generosa dose di cinismo.
È la vita stessa a uscire squassata da questa centrifuga: “Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui. Nulla a che fare con la grazia o la salvezza o la redenzione. È in ognuno di noi” (La macchia umana).
Nessuno si esenta dal lerciume: “Tutto quello che sappiamo non è nato dalla tirannia dei tiranni ma dalla tirannia dell’ignoranza, della cupidigia, della brutalità del genere umano. Il tiranno del male è l’Uomo della Strada!” (Ho sposato un comunista).
Nulla è determinabile: “Aveva imparato la lezione peggiore che la vita possa insegnare: che non c’è un senso. E quando capita una cosa simile, la felicità non è più spontanea. È artificiale e, anche allora, comprata al prezzo di un ostinato estraniamento da se stessi e dalla propria storia” (Pastorale americana).
E, alla fine, tra la rovina di gente che finisce schiacciata dalla storia e quello di gente che tenta di scappare dalla propria, forse ciò che può realmente consolarci risiede oltre la carnalità della stessa vita. Nel grande cervello del tempo. Nell’insolubile mistero dell’universo.