Appunti di letteratura / Fëdor Dostoevskij
Chi ha letto Dostoevskij sa che fruire delle sue pagine è un po’ come andare dallo psicologo (o dallo psichiatra, se preferite), constatato che la natura umana è sempre al centro della sua immensa opera. D’altro canto, i fenotipi che popolano quei mastodontici libroni sono gli stessi che respirano l’aria del nostro presente: disadattati che disprezzano la società dal chiuso delle loro camerette, folli individualisti che credono di poter modellare il senso comune come argilla viva, padri assenti e dissoluti che si scontrano coi figli per questioni di soldi, e così via.
C’è forse un solo tema, tra i tanti affrontati, che potrebbe lasciare la nostra odierna civiltà occidentale, così laica e secolare, più fredda e disinteressata: la religione.
Eppure, quello teologico è un punto cruciale dell’indagine dostoevskiana, proprio perché l’autore, che toccò i vertici più alti del suo genio letterario in pieno positivismo da rivoluzione industriale, s’accorse che la mente umana stava inesorabilmente cambiando prospettiva.
L’inarrestabile sviluppo scientifico, i primi vagiti del socialismo ateo, il crescente senso di sé a scapito della comunità. Insomma, l’uomo s’affacciava a un futuro in cui Dio sarebbe stato rinnegato con un vigore tutto nuovo, e i suoi vicari costretti alle catacombe, com’era stato ai tempi delle persecuzioni della Roma imperiale.
Ne I fratelli Karamazov, in un capitolo di bellezza stordente, Aleksej e Ivan (due dei tre fratelli) si confrontano apertamente sulla questione. Il primo è un novizio, un’anima pura e di smisurata bontà, il secondo è un giornalista colto e raffinato, per natura scettico, sebbene aperto al dubbio. Ivan declama al fratello un poema di sua composizione, ambientato nella Spagna del Seicento, in cui immagina Cristo che ritorna tra gli uomini, foriero di miracoli e misericordia. Tuttavia, il Grande Inquisitore non perde tempo ad arrestarlo, e, nelle tenebre della cella dove lo rinchiude, gli rivolge un’invettiva memorabile.
Gesù viene accusato di aver concesso all’umanità il dono più subdolo di tutti: il libero arbitrio. Ma è nella natura dei mortali, esseri semplici e sregolati, l’asservimento a un’autorità più grande, a un potere superiore che ne guidi le azioni e ne controlli i sentimenti
Satana lo aveva compreso, e, tentandolo per tre volte, gli offrì l’occasione di regnare incontrastato su tutta la Terra, ma Cristo, rifiutando, condannò il suo popolo alla sofferenza e al caos.
Al culmine del suo livore, l’Inquisitore immagina la dannazione che verrà nell’epoca moderna, nella quale gli uomini, ormai vuoti di virtù spirituale, erigeranno una nuova torre di Babele, edificata in nome della scienza, del sapere e del progresso. Eppure, tutto ciò non basterà a placarne gli impulsi, dal momento che “libertà e pane terreno a sufficienza per ciascuno non sono concepibili insieme, poiché giammai, giammai non sapranno farsi le giuste parti fra loro!”
Che fosse nelle intenzioni di Dostoevskij criticare il potere temporale della Chiesa, o sottolineare che l’istanza dell’individuo dovrà sempre e comunque piegarsi alla ragion di Stato, non si può non provare, leggendo queste parole, una certa amarezza verso la nostra debole e problematica specie. Siamo dunque destinati imperituramente alle catene, o riusciremo, prima o poi, ad assurgere alla vera libertà?