Nel corso degli anni, mi sono reso conto di avere una certa idiosincrasia per l’aggettivo “pesante”, quando questo viene utilizzato per descrivere, principalmente con accezione negativa, un’opera d’arte (che, nella maggioranza dei casi, è un film). Trovo infatti che sia annoverabile in quella schiera di termini prêt-à-porter un po’ inflazionati (come “interessante”, “carino”, “simpatico”) che, nella sostanza, raccontano ben poco, anche se riferiti a un essere umano.
Tuttavia, il nocciolo della questione è altrove, e riguarda le modalità tramite cui, oggigiorno, fruiamo di un prodotto artistico: non siamo più in grado di andare oltre l’intrattenimento da pop corn.
L’arte è divenuta, nel corso dei decenni, uno strumento come un altro per generare profitto su larga scala, e questo ha inevitabilmente inquinato tanto la sorgente montuosa (ovvero la scintilla creativa, quasi sempre subordinata ai criteri della produzione) quanto, conseguentemente, il torrente, che, espandendosi progressivamente, diventa fiume e poi mare (il grande pubblico che tutto fagocita). Siamo assuefatti alla convinzione che ogni cosa che guardiamo, ascoltiamo, leggiamo debba essere leggera, godibile, disimpegnata.
Un esempio lampante di questa deriva è fornito dall’importanza, sempre più totalizzante, che diamo alla realizzazione tecnica di un film o di un disco: ciò che conta è la qualità della CGI, la plasticosa limpidezza dei suoni, il trascurabile dettaglio stilistico. Insomma, filtri e artifizi, certamente utili e spesso notevoli, che distolgono l’attenzione dalla vera ciccia: il valore della scrittura, l’intensità di un’interpretazione, la rilevanza del messaggio che si vuol veicolare.
Intendiamoci, lungi da me affermare che non vi siano più artisti degni di nota o pubblici competenti: si tratterebbe semplicemente di una generalizzazione qualunquista. Eppure, è sintomatico di un abbrutimento il fatto che una ragguardevole quantità di persone provviste d’intelligenza e istruzione superiori alla media abbia difficoltà nel sopportare la visione di un film di Kieślowski o ascoltare una sinfonia di Mahler (per non parlare del teatro).
Ora, al di là della necessità di un intrattenimento usa e getta che ha storpiato la percezione comune, perché certe opere e certi autori vengono derubricati dai più come “pesanti”, come si diceva all’inizio? Un punto di vista interessante ce lo propone Frank Zappa.
In un’intervista di più di quarant’anni fa(!), il musicista si sofferma sull’evoluzione avvenuta ai vertici dell’industria musicale. Zappa constata come tutta la musica geniale e sperimentale (nonché di grande successo) figlia degli anni ‘60/‘70, fosse transitata per le mani di esecutivi anziani (cigar-chomping old guys, così li definisce) estranei a stili tanto freschi e innovativi, e, dunque, incerti del riscontro che avrebbero avuto.
Tuttavia, proprio perché non era loro compito pronunciarsi sulla natura del prodotto che vendevano, l’approccio era molto più spontaneo, della serie “pubblichiamo e vediamo come va”. Col tempo, prosegue Zappa, le scrivanie dei piani alti vennero colonizzate da una serie di sedicenti giovani esperti, che, gradualmente, acquisirono rilevanza, ergendosi ad arbitri del gusto popolare. Il risultato fu che questi si rivelarono più conservatori dei conservatori, escludendo dal mercato la diversità, e omologandolo in nome di canoni sempre più ristretti e settari.
Ecco, oggi siamo tormentati dalla severità dei suddetti canoni e dalle imposizioni che stabiliscono, e ci siamo sinceramente fatti persuadere dall’idea che una canzone pop non possa essere troppo lunga, o che l’ennesimo insulso remake di Jurassic Park o Godzilla sia meglio di un film d’autore, o che la copertina sia più importante del libro, per dirla figurativamente.
Sarebbe così bello se dismettessimo tutti questi orpelli, per rimettere al centro l’arte e il suo profondo valore pedagogico e culturale. Senza paletti, etichette e facciate. Il pubblico tornerebbe a scegliere da sé.
Il resto lo farebbe la selezione naturale.