C’è qualcosa di magico che caratterizza certi prodotti audiovisivi. Peculiarità stilistiche e narrative che
avviluppano lo spettatore, scaldandone il cuore e confortandone l’anima; se volete, il corrispettivo su
schermo di un plaid in cui avvolgersi in una piovosa serata tardo-autunnale.
Ebbene, Stranger Things è, presumibilmente, l’esempio più fulgido, tra tutto ciò che è stato realizzato per la TV nella recente contemporaneità, di quello che dicevo poc’anzi.
La creatura dei fratelli Duffer, apparsa per la prima volta nel 2016, ci ha messo pochissimo a conquistare
aficionados in lungo e in largo, svelandoci (forse) qualcosa in più su noi stessi, i nostri tic emotivi, le
nostre speranze, nonché le nostre paure.
Non ci perderemo in grandi chiacchiere sulla trama, anche perché, a onor del vero, non si tratta della più
originale delle trovate. Limitiamoci a dire che gli autori ci mettono di fronte alla sempiterna lotta tra il Bene e il Male (un sempreverde tra gli archetipi narrativi), con uno script che affonda a piene mani nell’estetica e nel corpo di opere come It o E.T., dunque strizzando l’occhio allo sci-fi/horror tipicamente anni ‘80.
Ecco come, partendo da queste poche indicazioni, già possiamo individuare i primi indizi che ci
suggeriscono come mai Stranger Things ci faccia sentire “a casa”.
Anzitutto, la retorica. La retorica, in special modo se viene da oltreoceano, ci piace da matti. Chiunque, dal credulone più sempliciotto all’intellettuale più cinico, è stato ammaliato, almeno una volta nella vita, dal suo potente fascino (chi vi scrive è un accanito adoratore de Il Signore degli Anelli, paradiso terrestre della retorica).
La retorica è una grande forza propulsiva, in grado di bagnare le nostre guance, nobilitare i nostri ideali,
cancellare le nostre meschinità, almeno fino alla fine dell’ultimo episodio. Dopodiché, vedremo.
E, quindi, cosa c’è di meglio di un gruppetto di ragazzini audaci, simpatici e un po’ sfigatelli, armati di
nient’altro che biciclette, torce e tanto spirito d’iniziativa (Undici a parte), che fronteggiano minacce e
orrori che inonderebbero i pantaloni dei più impavidi tra noi?
Forse, soltanto quello stesso gruppetto aiutato da una manciata di adulti “spielberghiani” ancora ben
consapevoli di come l’unione faccia la forza, il coraggio pieghi qualunque avversità e la luce trionfi
sempre sulle tenebre.
In giorni come questi, in cui pare che le scorte di ottimismo siano state interamente esaurite
dall’ingordigia dei nostri genitori, è già qualcosa a cui aggrapparsi.
Veniamo poi alla particolarità più evidente del tessuto che dà forma a Stranger Things: il citazionismo
sfrenato e l’amore per la cultura pop vintage.
La nostalgia, beninteso, non è certo un’invenzione dei nostri tempi. Da sempre l’essere umano guarda al
passato con occhi voluttuosi, idealizzandone i pregi e smussandone i difetti.
Eppure, dal momento che una fetta considerevole degli spettatori dello show non ha mai vissuto gli anni ‘80, la nostalgia di cui parliamo, per costoro, presenta quasi le sembianze della Sehnsucht: una specie di
rimpianto romantico per qualcosa a cui non si è mai appartenuto e che mai si potrà raggiungere. Un mondo sconosciuto, che ci appare tanto intrigante e colorato forse proprio in virtù della sua inafferrabilità. Un mondo che mai potrà essere sporcato dalla banalità del presente.
Ed ecco che i poster de “La cosa” e “Lo squalo” che adornano le pareti delle camerette dei Byers, le
partite infinite a “Dungeons & Dragons”, “Running Up That Hill” di Kate Bush e “Master Of Puppets”
dei Metallica, non sono semplici riferimenti, quanto piuttosto delle macchine del tempo che ci catapultano in un universo col sole in tasca, che nessun Sottosopra riuscirà mai a spegnere.
Jean Braudillard, filosofo francese, parlava, prendendo spunto da un testo di Walter Benjamin, di “epoca
della riproducibilità”, sostenendo che nella società contemporanea siamo circondati da un sistema di
simulacri, laddove le rappresentazioni sostituiscono la realtà stessa.
Un concetto che ci mostra come le distanze tra due dimensioni (apparentemente) parallele possano
appiattirsi, fino quasi a scomparire. Dunque, è presto spiegata l’indignazione del pubblico, scandita a
suon di hashtag, per la morte di un personaggio fittizio (Barb), o la scalata verticale nelle classifiche di
una hit vecchia di decenni.
Sicuri che la serie avrebbe avuto lo stesso successo, se al posto di gel e walkman ci fossero stati risvoltini e tablet? Chissà, ma di certo sognare è meglio che sapere.
Insomma, sarebbe quantomeno ingeneroso derubricare Stranger Things a semplice patchwork narrativo ben congegnato, malgrado i fratelli Duffer (e tutto il team di sceneggiatori e registi) sappiano essere, quando serve, dei gran ruffiani.
Tuttavia, si tratta di uno dei prodotti audiovisivi mediaticamente più rilevanti dell’ultimo decennio, capace di conquistare schiere eterogenee di fan, mantenendone, al contempo, l’attenzione intatta una stagione dopo l’altra.
E si tratta, senza dubbio, di un grande merito.