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Non sarò mai come te (Letteratura di bambini che ripudiano adulti)

Non sarò mai come te (Letteratura di bambini che ripudiano adulti)

Ho sempre avuto una simpatia tutta mia per i bastian contrario. Chiaramente, tanto maggiore è il sostegno alla loro causa quanto più singolare è la natura della posizione espressa contro uno stato delle cose insoddisfacente. 

Il mondo della letteratura (ma non solo) ha dato vita a centinaia di magnifici outsider, spiriti liberi incapaci di lasciarsi accalappiare docilmente da un sistema troppo asfissiante, inclini a ribellarsi a un ordine precostituito che strozza, lentamente eppure inesorabilmente, quel senso di autodeterminazione che chiamiamo libertà individuale. 

Potremmo perderci per ore nell’elencare illustri personaggi celebrati come grandi diversi, ma oggi concentreremo la nostra attenzione su quelle opere che scelgono di far incarnare il sentimento anticonformista a dei bambini molto speciali.

I bambini, in virtù di una mente vergine di preconcetti,sono filosofi per natura. Attraversati da un inesauribile fiume di domande, curiosità e osservazionisul mondo a cui si approcciano, possono essere un veicolo perfetto per raccontare un rigetto idealistico nei confronti di un destino che non si vuol accettare, sebbene ineluttabile.

Ad accompagnarci in questo breve viaggio, tre romanzi (in seguito divenuti tre film) che tratteggiano tre storie distanti fra loro per contesto, tuttavia accomunate dallo spirito indomabile dei tre piccoli protagonisti che le danno luce.

Noblesse oblige, si parte dall’opera più notevole: Il tamburo di latta di Günter Grass. Il romanzo, pubblicato nel 1959, è una grottesca dissacrazione della storia tedesca della prima metà del Novecento. 

Ambientato nella Danzica che vide deflagrare definitivamente la Seconda Guerra Mondiale, il libro trova il suo centro di gravità in Oskar Matzerath, narratore in prima persona e proprietario del tamburo del titolo. 

Il nostro, dotato d’intelligenza e capacità d’osservazione superiori,cresce fra le ipocrisie del mondo piccolo borghese, alla vista del teatro di falsità messo in scena dalle vite degli adulti, e decide, all’età di tre anni, di arrestare la propria crescita fisica, al fine di restare un corpo estraneo all’universo che lo ripugna. 

Rabbia questo è ciò che esprime Oskar suonando incessantemente il suo tamburo, testimone della sfilata di storture e orrori tetramente dipinta dalla penna di Grass: dal tormento della madre Agnes, divisa tra il cugino-amante Jan Bronski e il mediocre marito Alfred, al crescente incedere del nazismo nella vita collettiva; dai movimentati anni passati al fronte, girando l’Europa con il “Teatro di Bebra” (un circo di saltimbanchi e freaks), al complicato Dopoguerra in Germania, tra miseria, stenti e un tardivo senso di colpa del popolo tedesco, resosi passivamente connivente delle mostruosità perpetrate e, soprattutto, normalizzate dal regime. 

Un debito morale che lo stesso Grass sente di dover pagare, ma senza sapere come. Emblematico il capitolo sullaCantina delle Cipolle, un peculiare locale di Düsseldorf dove Oskar si esibisce col tamburo, un posto dove la gente va a tagliare cipolle per riuscire finalmente a piangere. “Il nostro secolo verrà chiamato in futuro il secolo senza lacrime benché vi sia ovunque tanta sofferenza.”

Una stupenda allegoria che dipinge un personaggio complessissimo e contraddittorio, devastato dall’incapacità di sottrarsi alle esperienze della vita (con tutto il carico di assurdità e stupidità annesso) e alla crudeltà del mondo che opprime i deboli e i diversi come lui, se non si trasformano in oppressori a loro volta. 

Per dirla con le parole di Bebra, nano come Oskar: “l’impossibilità di vivere senza obblighi né essere alla mercé di un adulto”.

Un contesto storico e temporale di tutt’altro tipo informa le vicende de L’eleganza del riccio, bestseller di Muriel Barbery, datato 2006.

La trama si svolge interamente in un immobile di lusso parigino, sviluppando i punti di vista di due inquiline, a prima vista simili come il giorno e la notte: la portinaia Renée, burbera donna di mezza età che si lascia pian piano avvizzire, e Paloma, brillante dodicenne rampolla di una facoltosa famiglia del palazzo.

Disgustata dalla mediocrità della sua classe sociale e convinta della vacuità dell’esistenza umana, Paloma decide che, non appena avrà varcato la soglia dei tredici anni, si toglierà la vita. Una scelta ben ponderata, che l’acuta ragazzina prova a spiegarci razionalmente, sostenendo come gli adulti tendano a fare un gran baccano attorno a un evento da lei ritenuto del tutto ordinario, perfino banale, come la morte.

Nel cammino verso il fatidico giorno, la vita di Paloma verrà colorata (e stravolta) dall’incontro con Kakuro Ozu, distinto signore giapponese appena trasferitosi, e dalla progressiva scoperta del mondo interiore di Renée, che, proprio come un riccio, cela, dietro la coltre di aculei, un cuore di bellezza ed eleganza escluso agli occhi degli altri, troppo superficiali per accorgersi di nulla, o, in altre parole, capaci di guardare, ma non di vedere.

Una storia raffinata, che spoglia le cose della patina d’apparenza di cui le vestiamo, talvolta privandole del loro senso. 

Già, qual è il senso? Della vita, della morte, di quello che c’è in mezzo? Cerchiamo la felicità? Ma che cosa significa felicità? Cosa si nasconde dietro tutti i canoni che danno forma a una società di plastica? Perché tutto appare così grigio e deprimente?

Domande e temi sempre attuali, che già vent’anni fa evidenziavano il lento declino morale della civiltà occidentale, via via appesantita dalla zavorra del nichilismo. C’è ancora modo di resistere alla superficialità, c’è ancora spazio per l’indagine ontologica, c’è ancora tempo per evitare di lasciarsi inghiottire dal vuoto? 

Puro esistenzialismo, roba da Heidegger e Sartre, qui trattato con garbo e delicatezza; tra le immortali pagine di un libro di Tolstoj e l’armonia geometrica della boccia per pesciolini rossi, a detta di Paloma, una metaforica gabbia di routine incessante e tædium vitæ che rappresenta al meglio il definitivo capolinea a cui conduce l’età adulta.

Infine, ecco spuntare un altro Oskar con la kappa. Non siamo più nella Germania del Terzo Reich (nonostante vi sia un trait d’union), bensì nella New York appena sconquassata dal terrore dell’11 settembre. 

Il titolo in questione è Molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer, uscito in America nel 2005. 

Come detto, siamo all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle, in una città visibilmente atterrita, insolitamente apatica, messa sotto l’attenta lente d’ingrandimento delle forze di controllo militari. Un posto che, nelle parole di chi c’è stato e ha avuto modo di constatarlo, puzza ancora di gomma bruciata fino al New Jersey.

Il pretesto narrativo è semplice:Oskar Schell, dieci anni, ha appena perso il padre Thomas, fatalmente trovatosi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Il dolore è fortissimo; i due erano assai legati, e Oskar reagisce rigettando la nuova tragica realtà della sua vita.

Di più,si trova ad affrontare un mondo che non riesce a interpretare, venuto meno l’ausilio del padre. Thomas, difatti, è uno di quei rari genitori-mentori, che allevano davvero, nel senso più alto del termine, i propri figli: gli ha insegnato l’arte della deduzione, dell’osservazione scientifica, della ricerca.

Oskar, abituato com’è a ragionare da filosofo, tenta disperatamente di trovare un inesistente nesso di causalità, aggrappandosi a tutto. Un giorno, frugando tra le cose del padre, s’imbatte in una busta con su scritto “BLACK”, al cui interno è contenuta una chiave di cui, neanche a dirlo, non è nota la serratura che dovrebbe aprire.

Motivato dal fuoco fatuo della speranza, intraprende un’estenuante ricerca per le vie di New York, bussando porta a porta a tutti i Black che riesce a rintracciare, credendo così di poter risalire alla verità, qualunque essa sia. 

Perdita, spaesamento, dolore, destino. Temi impegnativi ma addolciti bene; non a caso, il narratore è Oskar stesso.

Sfruttando la semplicità e la limpidezza del linguaggio infantile, spesso più efficace degli intricati schemi mentali della maturità, Foer maneggia abilmente emozioni di porcellana, viscerali e, perciò, affini a una sfera più sensoriale che cervellotica. Indicativo come le pagine del libro siano corredate da molte fotografie (scattate dalla macchina di Oskar) e puntellate di cerchi rossi e sottolineature, quasi a volerne certificare l’artigianalità. 

Tre storie che catturano e fanno piangere e sorridere e pensare. Tre storie in cui immergersi, non con la pretesa di tornare bambini, ma con la consapevolezza che essere adulti non significhi dimenticare la virtù della fanciullezza.