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La fame chimica (o il nichilismo europeo)

La fame chimica (o il nichilismo europeo)

Chi di noi non è mai stato colto da un improvviso e irrefrenabile appetito notturno?

Dopo esserci concessi la proverbiale cannetta serale, che tutti i dispiaceri affoga, e aver indugiato una buona mezz’ora nella home di Netflix per decidere cosa (non) guardare, ci rendiamo conto che uno dei fastidiosi dispiaceri è sopravvissuto alla mattanza operata dalle milizie del THC, e, per mettere misericordiosamente fine alla sua agonia, ci presentiamo, pur senza avere davvero fame, al cospetto del frigorifero, al fine di saccheggiarlo impunemente, per poi maledirci subito dopo il misfatto, e, tuttavia, pronti a peccare di nuovo alla prima occasione utile.

Ecco, non solo tutti noi (o quasi) abbiamo vissuto una situazione analoga, ma si potrebbe finanche affermare che, come collettività, sono trent’anni (ma forse anche quaranta) che ci sballiamo tutte le sere, per poi ingozzarci senza ritegno.

Siamo vecchi e imbolsiti, di norma pure quelli con una carta d’identità che direbbe il contrario, e viviamo in una realtà sociale disillusa, ormai svuotata di qualsiasi narrazione massimalista (identità nazionali, dottrine religiose, ideologie politiche totalizzanti), utile, in passato, a creare dei sistemi di pensiero che stabilissero finalità più grandi del destino del singolo, dando un senso ultimo alla nostra esistenza.
Questa violenta forma di postmodernismo, i cui connotati appaiono con chiarezza nel dominio incontrastato della pubblicità e del digitale, o nell’ombrello della globalizzazione, ha assunto progressivamente le sembianze del conservatorismo più inerte: se ogni ideale è delegittimato, non resta che preservare lo status quo, curandosi unicamente di migliorare la propria condizione individuale (non a caso, le persone prese a modello ispirazionale dalle masse sono, generalmente, quelle che, attraverso fama e successo, riescono a incrementare la propria ricchezza personale).

Dunque, in un simile scenario, agi e carezze del benessere materiale (il frigo sempre colmo di provviste, spesso superflue e motivo di sprechi) appaiono ai nostri occhi come la luce verde del faro a lungo bramata da Jay Gatsby, una tanto colossale quanto effimera speranza che determina immotivatamente le nostre scelte; laddove, nel caso del decadente personaggio di F.S. Fitzgerald, la spinta propulsiva proveniva dal desiderio di riunirsi alla sua Daisy, nel nostro la musa ispiratrice è l’adorata mamma, moglie, e pure sorella, America, che nei decenni, tramite l’impareggiabile propaganda unipolare da “fine della storia” (citofonare Francis Fukuyama), ci ha, come direbbe il poeta, piacevolmente intorpiditi (l’erba che ha stuzzicato il languorino).
Tuttavia, i preoccupanti risvolti degli ultimi anni fanno risuonare alle nostre orecchie un inquietante interrogativo: “vuoi vedere che gli Stati Uniti ci hanno sedotti per poi abbandonarci brutalmente?”. Quel che è certo è che lo sballo, prima o poi, si esaurisce, e rimane solo l’annebbiamento.

Solitamente, il mattino reca con sé la lucidità necessaria per razionalizzare gli errori della notte prima, al fine di non ripeterli. E, talvolta, la consapevolezza che il mondo non parli inglese, non canti le stesse canzoni, non pianga guardando gli stessi film, non idolatri gli stessi eroi, accompagna i nostri passi, seppur incerti e claudicanti, per un po’, almeno finché non cadono nuovamente le tenebre, quando è troppo tardi per oggi ma troppo presto per domani, e la voglia di un’altra, irresistibile botta di dopamina prende il sopravvento, in attesa che il sole ci strappi ancora una volta al sogno (americano?).

La vera domanda è: cosa finirà prima, la dolce erba di zio Sam o le riserve di cibo in dispensa?