Mio malgrado, non ho mai avuto la mentalità dell’attivista. Ho sempre scelto altre vie per esprimere la mia
opinione e il dissenso nei confronti di chi non la pensa come me; vie quali la scrittura, il dialogo, il pubblico confronto. In generale, forme d’espressione che fanno del pensiero e dell’argomentazione le loro armi più affilate.
Elementi che, di frequente, vengono elusi dalla pratica dell’attivismo, sempre più caratterizzato dalla
formazione di gruppi esclusivi e autoreferenziali che, inevitabilmente, si pongono con atteggiamento
censorio e intollerante verso chiunque ne critichi le idee, o, più semplicemente, manifesti un certo
scetticismo su specifici temi al centro del loro impegno.
I tempi d’oggi, tuttavia, impongono a tutti di avere un’idea su tutto (decidete voi se sia un bene o meno),
esortando le persone a schierarsi sul campo di battaglia delle opinioni e guardare in cagnesco gli avversari che presentano una visione opposta.
Ora, lasciamo perdere la deleteria distorsione della realtà che puntualmente ne occorre, conseguenza
dell’approccio manicheo e degli inevitabili dualismi ottusi e dogmatici (ne abbiamo, peraltro, già discusso
qualche articolo fa), e concentriamoci invece sulle modalità attraverso cui si entra in campo per dire la
propria e lottare in favore delle cause che più si ha a cuore.
In primis, di fondamentale importanza è la natura del suddetto campo di battaglia. Questo perché non esiste nessun campo.
La maggior parte di noi, in effetti, esprime sostegno, urla indignazione, compatisce e combatte (la mia voce verbale preferita) dal confortevole calduccio della propria cameretta.
Non v’è agorà, piazza, teatro o palco che tenga. Non v’è, perciò, nessuna reale esposizione.
Se dotati di una buona connessione internet, potremo comodamente donare la nostra preziosa solidarietà a un gruppo di rivoltosi iraniani; basterà pubblicare un accattivante reel di quaranta secondi con il nostro bel faccione in primo piano e i poster di Che Guevara e V per Vendetta sullo sfondo.
Dopodiché, si passerà a supportare i diritti LGBT la settimana successiva e ci si strapperà i capelli per ciò
che accade in Palestina quella dopo, assecondando un infinito tourbillon di tematiche cangianti, che, a
seconda del trend del momento e della benevolenza dell’algoritmo, colpiranno i nobili cuori di chi, incazzato come non mai, sputerà fiumi di veleno sull’incolpevole fotocamera del telefono.
Cosplayer in purezza. Non esiste figura più emblematica per delineare l’identikit dei sopracitati personaggi: maschere, riproduzioni, parodie che giocano a interpretare dei ruoli.
Il termine cosplay è una cosiddetta parola macedonia (o, per i più studiati, neologismo sincratico), derivante dalla fusione di costume e play.
E, d’altro canto, cosa sono questi influencer del dolore, se non dei privilegiati che indossano il costume
prediletto mentre fingono di affrontare il cattivo di un anime o di un videogioco?
Lo so, sento già in lontananza le vostre obiezioni ricolme di disprezzo per il mio bieco cinismo.
Eppure, mi chiedo dove sia la credibilità del loro boicottaggio, della loro stigmatizzazione, della loro
denuncia, quando, non di rado, si tratta delle stesse persone che faticano a controbattere a un professore che, impunemente, commette ingiustizie all’università, che mostrano tutta la loro inconsistenza piegando la testa a un datore di lavoro sfruttatore e criminale, che chiudono entrambi gli occhi, pavidamente, di fronte alle violenze e ai soprusi che si consumano nel loro territorio, nella loro città, nel loro condominio.
La verità, in fondo, è che abbiamo tutti bisogno (me compreso, sia chiaro) di sentirci migliori degli altri, e,
per citare Dario Fabbri, cosa c’è di meglio dell’ostentare la propria integrità morale e la propria appartenenza alle cause dei più deboli all’ora dell’aperitivo?
Poi, poco importa se vendiamo l’anima alla prima multinazionale, se barattiamo la spina dorsale per un
aumento di stipendio, se facilitiamo distruzione, degrado e sofferenza in giro per il globo in cambio del
benessere materiale che tanto ci piace.
Effetti collaterali dell’essere occidentali: non siamo cattivi, è che ci disegnano così.
Qualche tempo fa, nell’incessante scroll esistenziale che precede il collasso notturno, mi capitò di imbattermi in un video che ritraeva Seun Kuti, musicista nigeriano, durante un’esibizione a Glastonbury, in Inghilterra.
Rivolgendosi al pubblico, si espresse così: “So che volete liberare la Palestina, il Congo, il Sudan, l’Iran.
Ogni settimana ce n’è una nuova. Piuttosto, liberate l’Europa. Liberate l’Europa dall’estremismo della
destra, dal fascismo, dal razzismo. Liberate l’Europa dall’imperialismo”.
Chissà, magari un giorno, tra un All You Can Eat e un Black Friday, il pensiero ci sfiorerà la mente.