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L’Iran non ha bisogno di noi (o il razzismo naïf degli europei)

L’Iran non ha bisogno di noi (o il razzismo naïf degli europei)

Sono sempre stato fatalmente attratto da ciò che non conosco. 

Lingue, popoli, culture, opinioni. In una parola, persone. 

Credo che, in effetti, questo insaziabile desiderio di scoperta sia la ragione principale per cui trascorrerei la vita a viaggiare senza meta, col solo scopo di interagire con chi è diverso da me e provare a indossare i suoi panni. In effetti, è un esercizio molto utile, che aiuta a relativizzare e mettere in discussione il proprio punto di vista, inserendolo in un contesto molto più ampio  rispetto a quello zaino di convinzioni preinstallate che ci portiamo sulle spalle. 

Negli anni ho incontrato e dialogato con molte persone straniere, che, inutile dirlo, quanto più provenivano da luoghi estranei alla zona Schengen, tanto più coglievano la mia curiosità. 

Così, l’altro giorno, steso su quel dolce tedio a sdraio che risponde al nome di domenica, ho pensato, visto l’attuale stato dell’arte in Iran, di annusare le sensazioni di una ragazza persiana di mia conoscenza, che in passato mi aveva colpito per il profondo orgoglio patriottico e il senso d’appartenenza verso quello che molti di loro chiamano, semplicemente, l’Impero.

Vive e studia a Roma, eppure, a differenza d’altri, non pare granché occidentalizzata, perlomeno quando si tratta di pensare a ciò che è meglio per il suo Paese. Attentissima alle recenti evoluzioni (e ci mancherebbe), da settimane condivideva su Instagram storie a grappoli (perlopiù in farsi) sugli spaventosi sviluppi degli scontri tra gli apparati della Repubblica Islamica e una larga fetta di popolazione, stanca di un regime che non ne rappresenta più l’identità. Ecco, tenete a mente questa parola, perché ci tornerà utile.

Ad ogni modo, scorrendo le sue storie, mi sono imbattuto in un post celebrativo dell’intervento militare americano (in collaborazione con Israele), decisivo per decapitare la Guida Suprerma (l’ayatollah Khamenei) e un pugno di altri vertici, tra cui il capo delle guardie rivoluzionarie e il capo del consiglio di Difesa. 

Insomma, la solita retorica filo-atlantista che disegna gli americani come alfieri della pace e della libertà dei popoli del mondo. A quel punto, le ho fatto notare provocatoriamente che avevo sentito gli stessi esatti elogi in occasione degli ultimi tentativi a stelle e strisce di “esportare la democrazia” in Medio Oriente (Iraq e Afghanistan), e che i risultati conseguiti non fossero stati proprio esaltanti.

Tanto è bastato per accendere la miccia e armare quel sentimento nazionalista di cui sopra.

“Siamo iraniani, non ci serve nessuna ‘democrazia importata’, avevamo sistemi governativi, giuridici e di tolleranza già più di 2500 anni fa. Noi non prendiamo in prestito diritti umani, siamo una loro conseguenza”.

Questa è stata la sua risposta alla mia provocazione. Si notino il senso di grandeur e l’immensa considerazione per il proprio popolo, che, in effetti, vanta una storia e un cordone ombelicale che risalgono a quasi trenta secoli fa.

Chiaramente, lo scenario è ben diverso rispetto ai tempi della celebre guerra al terrorismo. Gli americani dovrebbero aver capito, se non altro parzialmente, che il mondo non vuole trasformarsi in un sobborgo di Washington, e persino i neo-con più infervorati sembrano essersi svegliati dagli illusori sogni da “fine della storia” di fukuyamesca memoria (le parole di Marco Rubio a Davos lasciano, in tal senso, spazio a pochi dubbi). 

No, la propaganda si sta ormai dissipando, lasciando il posto alla cruda realtà degli interessi: gli Stati Uniti intervengono in Iran perché ne temono le politiche imperiali e assecondano le  strategie israeliane. 

Anelano a scongiurare l’eventualità che si doti di ordigni nucleari e che sconvolga ulteriormente gli equilibri di una regione endemicamente già perturbata, puntando, in particolare, a sovvertire le attuali gerarchie, leggasi colpire Israele, nemico esistenziale e assolutamente impareggiabile sui piani militare e di intelligence (peraltro, unico Stato mediorientale in possesso della bomba atomica). 

Ma è solo una serie di contingenze favorevoli che permette agli Stati Uniti di farsi facilitatore delle istanze israeliane e incoraggiare le rivolte popolari anti Repubblica Islamica, falciando, nel mentre, le leadership della teocrazia: il sempre più acciaccato network del terrore dei cosiddetti proxy (Hezbollah, Hamas, Isis, Al-Qaeda) vicini all’Iran e, ovviamente, un regime mai così debole. 

Un regime che ha perduto la sua prima generazione di comando, che è diviso internamente in varie fazioni, che si ritrova boccheggiante, e tuttavia è ancora lì. E potrebbe restarci, specialmente se i suoi aggressori scegliessero di dare il via a una guerra aperta, scenario che spesso compatta anche le società più composite. 

Ciononostante, l’ostilità della popolazione (specialmente quella di etnia persiana) è tangibilissima, poiché questa non riconosce più la propria identità nel dominio del clero sciita, specchiandosi in esso.

Eccola qui, la parola da tenere a mente. Cruciale per comprendere la mentalità di un popolo che ricorda, come fosse ieri, l’impero achemenide e la dinastia dei Sasanidi, gli shah safavidi e la grande Persia. Un popolo che si specchia nel proprio passato, trasmettendone la proiezione nel futuro, come fanno tipicamente quei popoli provvisti di una forte memoria collettiva, con i piedi ancora ben saldi nella storia.

Noi, però, riteniamo (talvolta ingenuamente, talvolta maliziosamente) che tutto questo malcontento dipenda dal desiderio incontrollabile di diventare come noi. Il sillogismo è presto detto: si ribellano perché non vogliono più sottostare alla tirannia, e non vogliono più sottostare alla tirannia perché hanno finalmente compreso che devono guardare all’Occidente, se vogliono davvero progredire.

La domanda sorge spontanea: perché mai dovrebbero prendere spunto da noi europei (qualunque cosa questa parola significhi a livello politico)? Noi che consideriamo storia e passato alla stregua di una paccottiglia da smaltire, un vecchiume da seppellire in cantina al più presto. Noi che non sacrificheremmo nemmeno un’unghia del piede per il bene del nostro Paese. Noi che abbiamo consacrato la nostra vita a un’eterna attesa del weekend, innaffiando le grigie giornate di un’esistenza di puro minimalismo con gli All You Can Eat, i Black Friday e gli iPhone in serie.  Noi che abbiamo frainteso il concetto di progresso, scambiandolo per una fiumana inarrestabile e universale, al giorno d’oggi colpevolmente tratteggiata come mero avanzamento tecnico-scientifico.

Insomma, non abbiamo più un’anima, o l’abbiamo suddivisa in tanti Horcrux materialistici, che poi è la stessa cosa. Eppure, pensiamo che coloro che ancora ne posseggano una possano prendere ispirazione da noialtri. 

È questa la quintessenza del nostro razzismo, un atavico complesso di superiorità nei confronti dei non Occidentali, che oggi pare ancor più inspiegabile di quanto non fosse un secolo e mezzo fa, in epoca di feroce colonialismo.

In Iran, l’esperimento democratico fu già tentato nel 1953, ma andò male, poiché tali afflati furono sopiti rapidamente da un colpo di Stato, foraggiato… indovinate da chi? Esatto, dagli Stati Uniti (in collaborazione con il Regno Unito).

Magari ci riproveranno, ma sarà sempre e soltanto in virtù di una presa di consapevolezza venuta dal basso, dagli angoli delle strade e dalle teste dei giovani, pensatori e rivoluzionari, non per emulare gente che va per i 50 anni di età mediana e la cui massima preoccupazione è installare un condizionatore in ogni stanza della casa.

Perciò, evitiamo le manifestazioni a casaccio, le dichiarazioni qualunquiste prive d’ogni cognizione (della serie “io sono contro la guerra, viva la pace”), il tifo sterile e fuori luogo che non arreca altro che ulteriore abbrutimento alla nostra civiltà declinante. 

Piuttosto studiamo, ascoltiamo e parliamo con chi è coinvolto, e solo allora, forse, potremo dire la nostra e, magari, dare un infinitesimale contributo alla faccenda.

Fino ad allora, restiamo in silenzio.