Chi vi scrive boicotta (si fa per dire) il festival di Sanremo dai tempi in cui ancora non gli era possibile comprare sigarette e alcolici legalmente, ormai più di un decennio fa.
A dire il vero, non la ritengo una scelta elitista, presa per il gusto di sentirsi migliore degli altri, quanto più una maniera per rimanere onesto con me stesso, ma lascerò a voi l’incombenza di giudicarne le ragioni profonde. Potete scegliere fra: snobismo aristocratico da musicista che ha studiato per anni a livello accademico, inguaribile idiosincrasia per tutto ciò che è nazional-popolare o assoluta insofferenza per le reazioni (da “bimbiminkia” provetti) di coloro che guardano, completamente obnubilati da un pachidermico effetto branco, notevolissimo sebbene virtuale.
Dal canto mio, credo che, verosimilmente, la risposta, qualora si volesse rappresentarla graficamente, corrisponderebbe a un areogramma equamente suddiviso in tre fette.
Ma, frustrazioni personali a parte, ciò che più stuzzica il mio interesse (o il mio fastidio, se preferite) durante l’interminabile settimana sanremese è proprio l’ultimo dei tre punti elencati, vale a dire le reazioni del pubblico, con una speciale attenzione riservata alle frotte di commenti infuocati che si sprecano a kermesse ultimata.
A mio avviso, la cosa più stupefacente è l’indignazione, che spesso e volentieri si vende un tanto al chilo, con una bella dose di pedagogia allegata. Toni e sentimenti che dipendono dal modo sciatto e un po’ contraddittorio con cui l’entità Sanremo prova a toccare temi di grande attualità e rilevanza, specialmente tra Millennials e Gen Z.
L’esempio più lampante è, com’è ovvio, la questione di genere, uno dei vettori più energici delle critiche rivolte a Carlo Conti, nella circostanza trattato come vera e propria metonimia dell’istituzione che rappresenta.
Ora, al di là della sterilità disarmante di certe polemiche, ciò che colpisce è la totale fallacia logica di certe argomentazioni, oltre all’ingenuità che le muove.
Per spiegare al meglio questa asserzione, mi affiderò a una delle frasi più celebri della letteratura italiana: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”.
Così Tancredi (ne Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa) sintetizza al meglio un concetto politico assai semplice: è necessario, in un contesto cangiante, apportare una serie di modifiche superficiali, al fine di preservare un determinato status quo in uno scenario solo apparentemente nuovo.
Ecco, adesso facciamo finta che questa frase sia stata pronunciata, magari qualche anno fa, in un consesso di manager e autori Rai, consci che l’abito sgualcito e agé del festival necessitasse di una bella svecchiata, per calzare al meglio le idee di un target più giovane, figlio di un mondo agli antipodi della TV generalista.
Non a caso, da qualche edizione a questa parte, Sanremo gode di una popolarità rinnovata tra le fasce più giovani della popolazione, che, abbindolata dalla presenza degli Achille Lauro o dei Blanco, dai monologhi fieramente progressisti e da un’attenzione social spropositata, ha ridato nuova linfa a un malato terminale già (quasi) in atto di decomposizione.
Dietro la coltre del fumo di scena, però, Sanremo è Sanremo, e resta ontologicamente inconciliabile con la rivoluzione, in questo caso culturale.
Perciò, sprechiamo pure quanto più fiato, inchiostro e caratteri possibili, la sostanza non cambierà. O meglio, saremo noi a diventare come quella roba lì. A furia di lasciarci manipolare da una scelta di marketing dopo l’altra, da un trend dopo l’altro, da uno slogan dopo l’altro, ci trasformeremo, a malapena accorgendocene, in grandi esponenti di quel provincialismo reazionario che tanto fingiamo di combattere.
Sanremo è una grande allegoria del nostro Paese, poiché ci mostra il giullare che solletica il re per poi strizzargli l’occhio, l’impiegato che sparla del capo per poi andare al suo matrimonio, l’Anakin Skywalker che si unisce ai Sith anziché distruggerli.
Il punto è che va bene così, ma accettiamo la nostra natura.
Smettiamola di indugiare nei begli ideali, per poi dimenticarli in ripostiglio quando ci accorgiamo che non servono ad acquistare un’auto nuova o a farsi il week-end a Londra.
Finiremmo per percepirci per quello che siamo, e non per quello che vorremmo essere, e stai a vedere che potrebbe anche essere una buona cosa.