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Mosca, i rossi, il diavolo e Ponzio Pilato

Mosca, i rossi, il diavolo e Ponzio Pilato

Il Maestro e Margherita è “un miracolo che ognuno deve salutare con commozione”. Così si espresse Eugenio Montale sul romanzo di Bulgakov, un ricco ed eterogeneo scrigno di preziosità letterarie. 

Come tutte le grandi opere, è arduo compito inscrivere il lavoro di Bulgakov all’interno di un genere specifico, un po’ alla maniera di quei piatti originali e spericolati, che sovvertono audacemente la standardizzata classificazione delle pietanze in primi, secondi, antipasti e dessert. 

Ciononostante, proviamo a mettere un po’ d’ordine nel violento vortice di questa storia (che, in effetti, è una grande favola), partendo dalla frustrazione dell’autore, sentimento che arma il beffardo sarcasmo di cui sono impregnate le pagine del libro. 

Il Maestro e Margherita, difatti, è anzitutto un’allegoria del mondo sovietico degli anni ‘30, con una speciale attenzione riservata all’universo dei letterati, ambiente con cui Bulgakov intrattenne un rapporto di reciproca ostilità e dal cui ombrello protettivo fu escluso vita natural durante. 

Causa principale di questo ostracismo artistico, com’è facile supporre, furono le sue idee e posizioni politiche: Bulgakov, nato in un’agiata famiglia ortodossa, mantenne sempre un atteggiamento di forte astio nei confronti della rivoluzione bolscevica e del nuovo regime da essa instaurato, non mancando di sottolineare la propria appartenenza alla controparte dei bianchi (principalmente ex zaristi) in più di un titolo della sua produzione letteraria. 

In un contesto tanto avverso al libero pensiero, che non tardò, attraverso l’attuazione di spaventose purghe, a sbarazzarsi di quasi tutti gli autori restii a piegarsi alla dittatura comunista, ciò che salvò la vita a Michail Afanas’evič fu, paradossalmente, la simpatia di Iosif Stalin, suo grande estimatore, in special modo della commedia teatrale I giorni dei Turbin (a cui, si narra, assistette più di quindici volte).

Secondo molti, lo stesso Stalin trova spazio nelle vicende del romanzo, anzi, ne risulta vero protagonista: l’ineffabile Woland, personificazione di Satana in visita a Mosca, a un tempo malvagio agente del caos e salvifico deus ex machina, altro non sarebbe che una raffigurazione dell’onnipotenza del leader georgiano, in grado, con uno schiocco di dita, di falciare vite e destini o propiziarne la prosperità.

Una società, insomma, controversa e contraddittoria, impietosamente tratteggiata dalla penna velenosa di Bulgakov. 

Una società che si racconta rivoluzionaria e tranchant, ma che, dietro le impalcature della propaganda, cela un forte desiderio di normalità piccolo-borghese, con tutto il carico di arrivismo e ipocrisia che ne consegue.

Ai margini di questo milieu, s’inserisce la traiettoria del Maestro (chiaro alter ego dell’autore), che fa la sua prima comparsa solo nel tredicesimo capitolo. 

Scrittore finito in disgrazia, il Maestro è la rappresentazione del disincanto di Bulgakov, un uomo che rinnega se stesso e la propria arte, arrivando (come fece lo stesso Michail Afanas’evič con la prima stesura de Il Maestro e Margherita) a dare il suo manoscritto alle fiamme, prima di perdere il senno e venire rinchiuso in un ospedale psichiatrico.

Un’opera, quella del Maestro, ambientata a Gerusalemme, durante la settimana pasquale che culminò con la crocifissione di Cristo, e incentrata sulla figura di Ponzio Pilato.

Un’opera che possiamo leggere anche noi, tra un capitolo e l’altro; una storia parallela, un meta-romanzo, che, insieme col diavolo e i suoi accoliti, fa da pietra angolare a uno dei temi cruciali del libro: la religione. 

Religione che il regime non aveva esitato a espungere dalla realtà sociale (quantomeno ufficialmente), optando per un ateismo scientifico di stato. 

In vero, si trattò di una soluzione inevitabile, giacché il cristianesimo, escatologicamente parlando, propugna gli stessi obiettivi della dottrina comunista (eguaglianza, abolizione delle classe sociali, fine dei conflitti umani, universalismo), declinandoli, tuttavia, in modo ben diverso. 

I cristiani, difatti, predicano la pace perpetua come ricompensa per una vita vissuta in osservanza della volontà di Dio, da raggiungere, dunque, soltanto dopo la morte, nel Regno dei Cieli; i comunisti, al contrario, ambiscono alla realizzazione effettiva degli stessi precetti nel mondo della carne. 

Insomma, per dirla semplicisticamente, fanno lo stesso mestiere, e, perciò, sono incompatibili.

Ma Bulgakov era figlio di un professore universitario che insegnava storia e critica delle religioni occidentali. Aveva idee differenti, e non manca di esprimerle attraverso il personaggio di Woland, sorpreso (e molto divertito, essendo Satana) dallo scetticismo sprezzante dei russi coi quali conversa, assolutamente convinti della natura favolistica della religione e dei suoi personaggi principali.

In un tale coacervo di tragico e grottesco, c’è spazio per un fiore (di nome e di fatto) che cresce nel soffocante ammasso di cemento tremendamente sofferto da Bulgakov, e che ci rammenta, così come il titolo, che quest’opera è, prima di tutto, una grande storia d’amore: Margherita. 

Mossa da un sentimento disperato, sarà lei, a seguito di un indimenticabile climax, a salvare, con il provvidenziale aiuto dell’aguzzino-benefattore Woland, il Maestro e il suo romanzo perduto.

Di fronte all’incredulità dei due, memori del fuoco che ne aveva distrutto le pagine, Woland pronuncia la frase che diverrà il simbolo del libro, foriera del messaggio che arte e idee autentiche sopravvivranno sempre a qualsiasi forma di censura e repressione: “I manoscritti non bruciano”.