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Elogio dei cinepanettoni

Elogio dei cinepanettoni

Fortunatamente, le feste volgono al termine. 

E, come di consueto, tra un pandoro e un primo di pesce, le due settimane delle vacanze natalizie significano scorpacciata di cinepanettoni.

Già, i tanto vituperati, volgari e grossolani cinepanettoni. Beninteso, come dichiarato anni fa dallo stesso Christian De Sica, autentico mattatore del genere e attore, a mio avviso, enormemente sottovalutato, si tratta del discount del cinema; tuttavia, se si può asserire con tranquillità che non ci troviamo di fronte ai capolavori della New Hollywood, allo stesso modo non si può dire che siano pellicole disoneste.

Anzi, al contrario, quel filone iconico, che ha accompagnato intere generazioni di italiani in vacanza, ha chiaramente rappresentato l’evoluzione naturale della commedia all’italiana, da sempre in grado di ridere (e far ridere) dei propri difetti, delle proprie meschinità e delle proprie storture. 

Giovanni Floris, nel suo ultimo illuminato saggio Asini che volano, ha brillantemente sviscerato le ragioni sociali, culturali e antropologiche che hanno condotto alla “ghettizzazione” dei cinepanettoni, ascrivendone le motivazioni all’ascesa, sempre più incontrollata, dei fenotipi descritti e parodizzati dai film di Neri Parenti. 

In pratica, come scrive il giornalista romano, siamo passati dal ridere di gusto delle loro inadeguatezze al votarli con convinzione, e la conseguenza tangibile è che, adesso, i personaggi dei cinepanettoni sono al governo del nostro Paese, e sono una limpida cartina di tornasole delle peculiarità dell’individuo italico medio. 

Del resto, non è mai la classe politica a informare la realtà della nazione: è un certo tipo di milieu a creare uno specifico gruppo dirigente, mai il contrario.

Tuttavia, a me piacerebbe mettere la lente d’ingrandimento sull’altra faccia della medaglia, vale a dire quella stratosfera di intellettuali (o pseudo-tali), che, in nome del politically correct, dell’arte impegnata e della seriosità, rifiutano di accettare un paio di cose, fraintendendone di altre. 

In primo luogo, gli italiani messi in scena dai cinepanettoni esistono. È un dato di fatto. Pensiamo ai tipi umani che si sono susseguiti nei vari Natali in giro per il globo: De Sica, l’inguaribile fedifrago, cinico, spesso incolto e rozzo, eppure persona di successo (i vari avvocato Ciulla, comandante Trivellone, ingegner De Tassis sono tutti professionisti affermati), Boldi, il credulone ingenuo e sfigato, quasi sempre integerrimo moralmente (il magistrato Paci, il generale dei Carabinieri Ombroni), inequivocabilmente destinato alla sconfitta, e via dicendo con i Massimo Ghini, i Fichi d’India, i Biagio Izzo.

Insomma, i personaggi di quei film sono l’italiano medio nelle sue variegate sfaccettature. Certo, non manca una grossa spolverata di iperboli, che conduce le storie verso il grottesco, il trash, l’esasperazione. Ma, piaccia o meno, sono film sinceri. Ruffiani, talvolta, ma sinceri. 

Tuttavia, e passiamo al secondo punto, l’errore più grande è stato credere (sia da parte degli ammiratori che dei detrattori) che quelle sceneggiature volessero esaltare la grettezza che raccontavano. 

Il risultato di questo cortocircuito è presto detto: una parte di società, sempre più ignorante, abbrutita e sempliciona, ha preso quelle maschere come modelli da seguire, finendo con l’assomigliarvi in toto, e un’altra, la più istruita, colta ed evoluta, disgustata dal livello progressivamente più basso dei propri concittadini, ha assunto sembianze elitarie, chiudendosi in un’inaccessibile torre d’avorio.

Conseguenza pratica: nessuno, nel nostro Paese, crede più nel valore della cultura, anzi le si pone con diffidenza e disprezzo, perché guardato dall’alto in basso dalla suddetta.

In fondo, il format cinepanettone non esiste più, soprattutto nella misura in cui alcune battute, davvero spinte e sbottonate, non sarebbero più accettate, però quel tipo di commedia ignorante è sopravvissuta, e continuerà a farlo, semplicemente perché funziona. E funziona perché è specchio della realtà.

Checco Zalone (vero erede di quel cinema lì) raffigura l’italiano medio, ed è fortemente significativo che l’artista pugliese sia, nella sua vera identità di Luca Medici, un fantastico pianista jazz e un dottore in Giurisprudenza; uno che dovrebbe far parte della casta dei sopracitati intellettuali, e che però, piuttosto che appassire nella loro bolla protetta, ha scelto di mischiarsi al volgo, alla gente comune, di ridere con loro, non di loro.

E quindi, tra una scena delicatissima e ‘na cafonata pazzesca, dovremmo ricordarci che la risata ha sempre rappresentato la maniera migliore per esorcizzare, e finanche condannare, ciò che non vorremmo mai essere. 

Chi di noi crederebbe di essere esaltato e approvato, nel momento in cui si accorgesse che tutti stanno ridendo di lui o lei senza pietà né sosta? Suppongo ben pochi.

Perciò, in conclusione, riguardate (o fatelo per la prima volta) Natale sul Nilo, Merry Christmas Natale a Miami, e pazienza se “alcune cose non si possono più dire”, poiché bisogna tenere a mente che quei personaggi cafoni e impresentabili siamo, almeno parzialmente, anche noi.