Francesco Sossai deve aver visto (e apprezzato) più di un film di Aki Kaurismaki, leggendario cineasta finlandese famoso per l’amore per il proletariato, gli alcolici e lo stile poeticamente minimalista.
Tutto quanto si può ritrovare nel brillante Le città di pianura, che ci ricorda come l’Italia sia ancora in grado (nella fattispecie, attraverso il suo cinema) di guardarsi allo specchio con spirito critico, andando oltre gli stilemi di una tipologia di commedia iper-inflazionata, importata dagli Stati Uniti e rimessa subito sul mercato, col cartellino del prezzo ancora attaccato e in bella vista.
Kaurismaki, dicevamo. E, in effetti, le analogie non mancano; dai tagli delle inquadrature durante i dialoghi, spesso statiche e ansiose di catturare espressioni, smorfie e silenzi degli improbabili eroi di questa favola, alla fotografia e le sue luci, pregne di colori saturi, accesi, quasi fossero una mostra di acquerelli di Edward Hopper.
Fino ad arrivare ai cavalli che trainano la pellicola: Dori (Pierpaolo Capovilla) e Carlobianchi (Sergio Romano), entrambi, per l’appunto, proletari e alcolizzati.
Certo, l’Italia non è esattamente la Finlandia, e, perciò, all’algida e laconica working class della periferia di Helsinki si sostituiscono due padani di razza, che parlano, ridono e biascicano tanto, con un passato da trafficanti di occhiali da sole per arrotondare le paghe da operai (italianità in purezza), alla costante ricerca dell’ultimo bicchiere (“una voglia che va al di là della sete”) e di un’avventura in più.
Sulla loro strada finisce Giulio (Filippo Scotti), studente meridionale di architettura, che pare l’archetipo ideale dell’inettitudine giovanile dei giorni nostri: educato e colto, ma remissivo e timidissimo, eternamente indeciso e totalmente incapace di agire; quasi una versione tote bag-munita del Roberto Mariani (Jean-Louis Trintignant) de Il sorpasso. Ma lui di Bruno Cortona (Vittorio Gassman) ne ha ben due, e, trascorrendo un giorno e due notti in loro compagnia, si ricorda di fare ciò che questa generazione sta inesorabilmente obliando dalla propria quotidianità: vivere.
Sorretti da una fantastica colonna sonora in perfetto stile road movie, i tre, seguendo quell’inarrestabile flusso che Dori chiama Divina Provvidenza, vagano nella sonnolenta provincia veneta (che, se il film non avesse dialoghi, potrebbe tranquillamente esser scambiata per il Midwest americano), un luogo di attività commerciali fallite, di disoccupati che vivono un eterno presentismo e di “terra” trasformata in “territorio”.
Disillusione e fatalismo sono merce diffusa: “Distruggeranno tutto. Non rimarrà più nulla di questa regione. Solo un’enorme infrastruttura, solo modi per muoversi da un posto all’altro, ma nessun luogo dove andare”.
La bellezza bucolica della natura deve cedere il passo alla fiumana del progresso; ma, dalle nostre parti, spesso con risultati rivedibili: lo scorso 13 febbraio era partita la fase di collaudo di una passerella metallica progettata per unire i comuni di Maccastorna (Lodi) e Crotta d’Adda (Cremona). Un’opera strategica, pensata per migliorare la mobilità del territorio, appunto.
Ma dopo pochi secondi, la struttura è collassata, crollando miseramente nel fiume sotto di lei. Costo dello scherzetto: quattro milioni di euro, affondati come una barchetta di carta in una vasca da bagno.
Tornando alla pellicola, il viaggio prosegue, e l’occhio delle camere indugia su una serie di non-luoghi (o luoghi dell’anima) che potrebbero trovarsi ovunque (“Sembra di stare in Giappone”, osserva Dori, contemplando un mausoleo dove li ha condotti Giulio), ma che raccontano con semplicità ed efficacia una realtà tangibile, concreta, che non lascia spazio a interpretazioni.
Ci sarebbe da aprirsi allo sconforto, ma, in un mondo sempre più grigio e automatizzato, che ha trasformato interi Paesi e popoli in un foglio Excel e un paio di righe di bilancio, Carlobianchi e Dori, tra un gin tonic e un daiquiri, “il segreto del mondo” lo hanno già scoperto, sebbene siano troppo sbronzi per ricordarselo.