Ultimamente sono più pessimista del solito, e, prendendo spunto dalla vergognosa pochezza delle parole di chi ci governa, voglio condividere un pugno di amare riflessioni che mi sovvengono alla mente.
Scrivo queste righe mentre sono in viaggio, poiché, trovatomi a osservare la mia realtà, che profuma
tremendamente di ordinario, sono giunto alla conclusione che tutti noi siamo degli incommensurabili fessi.
Quando dico “tutti noi”, mi riferisco naturalmente alle persone comuni, vale a dire chiunque, trovandosi a
viaggiare come il sottoscritto, scelga di prendere un volo alle sei del mattino, così da dormire in aeroporto e salvarsi dall’onere di un’ulteriore notte da pernottare e dalla sapidità di certi biglietti da ora di punta, o si trovi a incastrare coincidenze immaginifiche tra bus, treni e navette, mostrando un talento da veri equilibristi del risparmio.
Non parliamo poi dell’incubo di ogni fuorisede: il rientro a casa in prossimità delle feste natalizie. Un salasso che neanche le sanguisughe nella medicina del Settecento.
Insomma, viviamo in un mondo sempre più escludente ed esclusivo, e non lo scopriamo certo oggi.
Ma dunque, perché sostengo che siamo dei grandi fessi? Perché, pur trovandoci con l’acqua alla gola, siamo spesso, nostro malgrado, incapaci di riconoscere la condizione in cui campiamo, per poi agire di
conseguenza.
Senza fare esempi eccessivamente iperbolici, moltissimi fra noi hanno molto più in comune con l’operaio
che si spacca la schiena dodici ore al giorno, piuttosto che col manager fighetto e accelerato che la mattina va in ufficio con una macchina e la sera esce con un’altra.
Sembra quasi che il proletariato sia stato dismesso dall’immaginario collettivo. Siamo tutti borghesi o presunti tali.
Dai millennials in avanti, siamo cresciuti con il mantra dell’arrivismo, della libera impresa, del “tutto è
possibile”.
Una narrazione edonistica e inebriante, che, tuttavia, ha causato più danni dell’eroina, erodendo i cervelli con chirurgica precisione.
Anzitutto, è venuta meno la coesione sociale: io sono povero come lo sei tu, ma non voglio aver nulla a che fare con te, poiché aspiro a diventare tutt’altro, e rimanere con te non giova ai miei scopi. Anzi, al contrario, tu sei mio nemico, giacché la pagnotta è una sola, e, non potendo dividerla, farò di tutto per azzannarla prima che possa farlo anche tu.
Qualcuno potrebbe obiettare che io stia scoprendo l’acqua calda: Hobbes sosteneva che, se vigesse lo stato di natura, senza forme di aggregazione rette da governi e istituzioni, allora homo homini lupus. In un contesto differente, Darwin parlava di selezione naturale che premia il più forte, e via discorrendo. Tutto inequivocabilmente vero.
Eppure, guardando al passato, mi par di capire che, nella maggior parte dei casi, il miserabile fosse ben conscio di esserlo, e, sebbene aspirasse a migliorare la propria condizione, avesse ben chiare le sembianze del proprio nemico.
Beninteso, la mobilità sociale è sempre esistita: dai liberti d’epoca romana, ai mercanti arricchiti del
Medioevo che, talvolta, arrivavano fino alle stanze dei bottoni del governo del loro Comune, passando per i tanti figli di povera gente che, fatti studiare a dovere, entravano nella sfera ecclesiastica, garantendosi un futuro migliore.
Ciononostante, differenze e contrasti rimasero d’attualità, finché gli ideali illuministi, culminati nella
Rivoluzione francese, debellarono gli odiosi privilegi dell’aristocrazia e del diritto di sangue, per dare luce a una società più libera ed egualitaria.
Un secolo e mezzo dopo, la Rivoluzione bolscevica tentò di spingersi ancor più in là, per poi vedere il suo sogno infrangersi contro il violento schiaffo della mano borghese, ormai assurta al ruolo che un tempo era stato appannaggio di quella nobiltà tenacemente combattuta.
Oggigiorno, non soltanto il ricco ha mantenuto intatta la propria forza, ma è persino riuscito a convincere il povero a votarlo e a digrignare i denti al suo simile che abbia ancora la lucidità per immaginare (che grande ossimoro) una realtà diversa, dove non vi sia chi può permettersi di affittare Venezia in occasione delle sue nozze, e chi invece fatichi anche solo a progettarle.
In un’Italia che sforna imperterrita apologie di Berlusconi, che umilia i suoi figli più deboli, che vede zecche rosse ovunque, che addita chi ha il coraggio di protestare contro lo status quo come un lurido untore da emarginare, che ripete, in preda alla demenza e alla psicosi dell’inadeguata classe dirigente, “siete tutti dei poveri comunisti”, beh, forse faremmo bene a diventarlo e dar loro ragione, a questo punto.