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Il CORONAvirus (Quando il sistema viene colpito dalla stessa malattia che ha diffuso per decenni)

Il CORONAvirus (Quando il sistema viene colpito dalla stessa malattia che ha diffuso per decenni)

Da qualche settimana, è deflagrato l’ennesimo caso mediatico che pone sotto le luci della ribalta (e della magistratura) Fabrizio Corona, come di consueto nei panni del cronista di sensazione che opera ai confini del lecito. 

Stavolta, nella sua trappola di guano e melma è cascato, con tutte le scarpe, Alfonso Signorini, uno dei volti più noti e influenti di Mediaset, sulla cui testa è calata la ghigliottina dello scandalo sessuale. Non ci perderemo negli scabrosi dettagli della vicenda in sé, sia perché ci sembra una storia dai tratti alquanto prevedibili, considerando il microcosmo (quello di un certo tipo di televisione) di cui si parla, sia perché è indubbiamente più interessante riflettere sul contesto generale (giuridico, giornalistico, politico) e i principali attori coinvolti.

Perciò, concentriamoci sulla reazione di Signorini e di Mediaset tutta (scesa in campo a difesa dei vari talent finiti nelle grinfie di Corona, da Barbara D’Urso all’insospettabile Gerry Scotti).

Signorini si è rapidamente affidato ai suoi avvocati, che, com’è ovvio, si sono rivolti al Tribunale di Milano, riuscendo, con irrisoria facilità, a far rimuovere dal web tutti i contenuti (foto, video, testi) reputati diffamatori. Di più, il giudice ha interdetto Corona dal pubblicare eventuali nuovi file che lederebbero la privacy e la reputazione di Signorini.

Ora, ci sovvengono un paio di domande. 

La prima: cosa sarebbe accaduto, se al posto di un VIP vi fosse stato un individuo qualunque? 

Ricordate la vicenda di Tiziana Cantone? In seguito alla diffusione capillare di sei video pornografici amatoriali che la vedevano coinvolta, la donna fece di tutto per tornare nell’anonimato: dalla causa intentata per diritto all’oblio ai forzati trasferimenti in giro per l’Italia, fino ad arrivare al cambio di cognome. Tutto inutile, tant’è che la poveraccia, per sfuggire all’onta e al pubblico ludibrio, si tolse la vita nello scantinato della casa di una zia dove si era rifugiata. 

Inoltre, val la pena di ricordarlo, si trattava di un caso di revenge porn in piena regola, non di prestazioni sessuali fornite in cambio di una qualche utilità (favori, carriera, e così via). Una bella differenza.

In secondo luogo, come si può etichettare come “diffamatori” dei contenuti non ancora diffusi, e, di conseguenza, non ancora visionati? 

Ora, il termine “censura” viene, a mio avviso, spesso usato a sproposito alle nostre latitudini, magari perché ne abbiamo dimenticato il reale significato, tuttavia è una contromisura che fa specie, perché mina la possibilità di fare luce su questioni controverse che riguardano un personaggio assai noto e di indubbio rilievo pubblico. 

Dunque, in questa situazione specifica, è chiaro che il diritto di informare dovrebbe prevalere sulla richiesta del (presunto) diffamato di sequestrare preventivamente tutto il materiale a lui collegato (prima, quindi, che questo venga sottoposto a un giudizio definitivo).

In tutto questo caos, fa sorridere la posizione presa da Mediaset, che, in un duro comunicato, ha espressamente condannato Corona e le sue barbare azioni, sostenendo come queste non siano altro che mero sciacallaggio, il cui solo scopo è infangare la reputazione di personaggi pubblici rilevanti e minare la rispettabilità di un’azienda quotata in borsa al fine di ottenerne visibilità e denaro. 

Beh, tutto sommato, pare una descrizione alquanto puntuale, talmente puntuale che Mediaset  potrebbe averla concepita guardandosi allo specchio. 

Cos’è mai stato il palinsesto di Mediaset, se non un riprovevole ammasso di TV spazzatura unicamente interessato a stuzzicare la curiosità morbosa dei propri spettatori verso il torbido, i dettagli pruriginosi, il sensazionalismo? 

Cos’è Chi (rivista edita da Mondadori, ergo famiglia Berlusconi, per giunta diretta da Signorini), se non un volgare dossier di foto rubate, intrusioni a gamba tesa nella vita privata di persone famose e clamore mediatico a basso costo?

In una memorabile puntata del podcast Tintoria, l’attore Pietro Sermonti parlò del difficoltoso rapporto avuto coi paparazzi nel suo periodo di massima popolarità, raccontando di come questi lo seguissero ovunque, arrivando, talvolta, ad appostarsi sotto casa sua, pur di immortalarlo in un momento di debolezza, specialmente se in compagnia della sua fidanzata. 

“Il loro sogno, però, è di beccarti con un’altra”, poiché il tuo sputtanamento, e la conseguente sofferenza provocata, vogliono dire un numero maggiore di copie vendute.

Insomma, il severo giudizio morale di Mediaset nei confronti di Fabrizio Corona ricorda molto la vecchia storia del bue che chiama “cornuto” l’asino, e pensiamo sinceramente di non meritarcelo; ma ciò che più stupisce è che questo personaggio dalla dubbia deontologia professionale, e dall’ancor più dubbio sistema etico, si sia rivoltato violentemente contro il sistema che per anni ha nutrito (e che per anni lo ha nutrito, usufruendo entusiasticamente dei suoi servigi). 

Una scheggia impazzita e fuori controllo, che forse si è messa in testa di redimersi dopo un passato dalle mille ombre, lavando in pubblica piazza i panni sporchi dell’establishment televisivo, o che, più semplicemente, sentiva la nostalgia delle aule di tribunale.

Scherzi a parte, quel che è sicuro è che chi di spada ferisce…