È sempre più evidente che smontare l’idea avversa alla propria, spesso attraverso il dileggio dell’avversario, sia la tattica che paga di più, in qualsiasi forma di dibattito.
Dal confronto politico alla sezione commenti di Instagram, quasi più nessuno pare interessato a tirare acqua al mulino delle proprie opinioni attraverso argomentazioni e ragionamenti, quanto piuttosto a svilire chi non è d’accordo, il più delle volte privando del contesto frasi e concetti, per poi strumentalizzarli nella maniera ritenuta più conveniente.
Un esercizio vecchio, che, tuttavia, nella nostra modernità liquida (come la chiamerebbe Bauman) ha trovato la sua massima espressione: tutto è ultrarapido, tutto appare e scompare con velocità sorprendente, e, dunque, tutti dimenticano tutto quel che fruiscono ancor prima di apprenderlo.
Si tratta di uno stratagemma che non conosce confini e dogane (da Trump che dipinge gli oppositori come feccia subumana ai vertici israeliani che accusano di antisemitismo chiunque osi criticare il loro operato), ma, volendoci concentrare sulle cose di casa nostra, in Italia, allo stato attuale, i campi di battaglia sono principalmente due: quello socio-politico e quello relativo agli affari esteri.
La curiosità è che, stranamente (o forse no), ci siano ottime probabilità che coloro che la pensano in un dato modo, ad esempio, su Gaza, verosimilmente saranno concordi anche sulla questione referendum della giustizia, e, va da sé, viceversa.
Le macrosezioni sono due: la reazionaria e la progressista. Ma, domanda: è possibile ridurre tutto al colore politico? O, meglio, è possibile trasformare ogni argomento in una lotta d’appartenenza che veda noi contrapposti a loro?
Se provassi a guardare al conflitto russo-ucraino attraverso la lente del punto di vista russo, allora sarei di certo considerato un filoputiniano (magari finanziato dal Cremlino), e, seppur non vi sia apparentemente alcun nesso causale, la mia posizione al riguardo diverrebbe una valida cartina di tornasole delle mie idee in ambito interno, nazionale, e, magari, una certa parte politica non esiterebbe a definirmi “solo un povero comunista”.
Alla stessa maniera, se tentassi di interpretare il tragico ginepraio che chiamiamo Palestina mettendomi nei panni di un ebreo israeliano, vien da sé che una larga fetta d’opinione pubblica mi riterrebbe un riprovevole fascista da emarginare, e, come sopra, darebbe per scontate le mie scelte in sede elettorale, quasi fossero una logica conseguenza.
Ma la cosa più grave è, come si diceva in apertura, la cultura della delegittimazione.
Non siamo d’accordo? Bene. Non m’interessa né farti cambiare idea né tantomeno confrontarmi con te per arricchire o mettere in discussione le mie posizioni. Ciò che importa è sminuire il tuo pensiero, e, in assenza di dibattito aperto, la maniera più semplice per farlo consiste nello sminuire la tua stessa persona.
Perciò, Barbero spiega perché voterà NO al referendum di marzo? Beh, ma Barbero è uno storico; per carità, preparato e tutto, ma non è mica un giurista? Anzi, a ben vedere, neanche un giurista sarebbe sufficiente: no, ci vorrebbe un costituzionalista, per avere un’opinione concreta e degna di nota su questo tema.
Oppure, lo stesso Barbero si esprime in un certo modo su Russia e Ucraina? Ma è ovvio, lo sanno tutti che è un rosso dichiarato che, in passato, era fieramente iscritto al Partito Comunista. Che ti aspettavi? E poi, è un medievista, quindi cosa potrà mai capirne di altre epoche? Sì occupasse di San Francesco e Federico II.
Siamo passati dalla retorica dell’uno vale uno a quella del devi avere tre lauree e altrettanti dottorati per esprimerti, ed è quantomai bizzarro, trovandoci di fronte (non solo in Italia) alla classe dirigente più incolta e incompetente dell’ultimo secolo.
Avere un’opinione su tutto non è un obbligo, e, se vogliamo, non è necessariamente un merito, giacché è soltanto la validità dei tuoi argomenti che informa la rispettabilità di ciò che dici.
Il problema, però, è che a noi non interessa più ascoltare.