← Tutti gli articoli
← Torna agli articoli

L’ERA DELL’AI: L’UOMO GIOCA A FARE DIO, O NE VENERA UNO NUOVO?

L’ERA DELL’AI: L’UOMO GIOCA A FARE DIO, O NE VENERA UNO NUOVO?

Da individuo ibrido, nato agli albori della Gen Z, ma di certo Millennial de facto, sono condannato a vivere l’epoca presente con un misto di fascinazione e raccapriccio, laddove la seconda sensazione spesso tende a prevalere.
Da che ho memoria, rammento una successione apparentemente infinita di diavolerie apparse come funghi nel bosco nella nostra fulminea quotidianità, introdotte con le consuete tagline avveniristiche, della serie “niente sarà più come prima”, “il futuro è già qui”, e altre banalità.
È un nostro vecchio difetto, anche un po’ deleterio: sovrapporre l’avanzamento tecnologico al concetto di
progresso tout court, quando in realtà l’uno rappresenta soltanto un piccolo sottoinsieme del mondo assai vasto e variegato che è l’altro. Tant’è.

Inutile sprecare altre righe, giacché si tratta di una battaglia logica del tutto collaterale, oltre che persa in partenza.
Questa premessa per dire che, malgrado sia stato testimone dell’apparizione dell’ADSL, dello smartphone, del tablet, dei social network, della realtà virtuale e, perché no, pure del fidget spinner, mai ero stato travolto da un’estasi tale, condita da un vago senso di messianismo, quale quella espressa dalla nostra opinione pubblica al cospetto della leggendaria intelligenza artificiale.
A voler esser pignoli, non si tratta certo dell’ultimo grido dell’universo informatico. Già nel 1936, Alan Turing scriveva, in un articolo tuttora reperibile online, di concetti attinenti al funzionamento dei calcolatori, e dunque, per osmosi, all’intelligenza artificiale, la cui genesi è databile all’avvento degli antenati dei moderni computer.
Ma, nel nostro caso, l’epifania collettiva ha avuto luogo nel 2022, grazie alla diffusione su larga scala dei chat bot, sistemi di apprendimento automatico basati sull’intelligenza artificiale, specializzati nell’interazione con utenti umani.
Completamente sedotti dall’idea di trovarci di fronte al futuro svelato ai nostri occhi, abbiamo rapidamente incoronato questa novità come la più incredibile delle invenzioni umane (perlomeno tra quelle occorse dalla rivoluzione industriale in avanti), in barba a telefono, automobile, radio, aeroplano, e via dicendo. “Il mondo non sarà più lo stesso”, si va strombazzando in giro, auspicando un avvenire di automazione e universalismo.
Un Eden di benessere e libertà, in cui saremo sgravati da fatica e sacrificio, lavorando un giorno in meno, ma producendo come se stessimo lavorando un giorno in più. Tutto straordinario, sebbene, ai miei occhi, si tratti di uno scenario un po’ inquietante, al profumo di distopia. Ma insomma, de gustibus eccetera.
Domanda: è davvero così? Davvero il mondo non sarà più come prima? E soprattutto, se anche volessimo dare per buono questo assunto, il cambiamento sarà necessariamente in positivo?
Risposta: non ne ho idea, naturalmente. Non essendo un profeta, e diffidando da coloro che si presentano come tali, mi limito a ragionare e argomentare, tentando di mantenere delle posizioni estranee al preconcetto e al partito preso. Di conseguenza, con lo stesso approccio, vi invito a riflettere con me.

Proviamo ad analizzare le possibili criticità di una società che aspira, per così dire, a cadere tra le braccia dei robot.
Anzitutto, partiamo dalla tesi più gettonata da chi si pone con assoluto favore verso questa evoluzione radicale: l’AI è un facilitatore, uno strumento utile ad acquisire informazioni, risolvere problemi, e, più in generale, giungere a conclusioni più velocemente. Vero. Purtroppo, però, sopraggiungono diverse controindicazioni.
In prima istanza, l’AI è un prodotto umano, ed è perciò, com’è ovvio, fallace e fallibile, proprio come noialtri. Sono innumerevoli le imprecisioni e le approssimazioni riscontrabili nelle risposte fornite, e coinvolgono campi d’interesse disparati; ergo, sarebbe meglio non prendere per oro colato tutto ciò che ci viene propinato.
In più, un’esposizione costante e continuativa all’ausilio dell’intelligenza artificiale, per giunta dall’età scolare, recherà con sé un inevitabile abbrutimento intellettivo: nella fase dell’apprendimento per eccellenza, uno sviluppo monco di capacità critica, pensiero laterale, competenze analogiche e abitudine al problem solving, produrrà individui sempre più incolti e appiattiti, con una spaventevole tendenza al pensiero unico e all’analfabetismo funzionale (questioni già tristemente d’attualità, a causa della brutale
digitalizzazione degli ultimi decenni). Si può solo peggiorare.
Seconda tesi: l’AI è come un essere umano, perché pensa come un essere umano e, va da sé, conosce l’essere umano.

Anche ammettendo che sia così, la domanda che sovviene è: okay, ma da quale prospettiva?
Una recente ricerca condotta da Harvard fornisce alcuni dati interessanti. In pratica, gli accademici hanno testato un modello come ChatGPT, proponendogli i quesiti del World Value Survey, un immenso studio sociologico che illustra valori e comportamenti di 94.000 persone, spalmate su 65 paesi del mondo. In seguito, le risposte date da ChatGPT sono state confrontate con quelle umane.
Il risultato è presto detto: l’AI ragiona come i cosiddetti stati WEIRD (acronimo che sta per Western, Educated, Industrialized, Rich, Democratic). Tradotto: gli americani e chi gli somiglia.
Fondamentalmente, l’intelligenza artificiale pensa e risponde come chi l’ha addestrata. In altre parole, comprenderà facilmente la testa di un programmatore della Silicon Valley o di un universitario europeo (la percentuale si assesta sul 70%), ma avrà molta più difficoltà con il corrispettivo asiatico o africano (siamo sul 12%); d’altro canto, paese che vai, usanza che trovi.
Insomma, l’AI non è universale, anzi, tende ad estendere la “visione” che le è stata impiantata al resto del mondo, proponendola come universale. Un vecchio vizietto di noi occidentali: ritenerci il centro assoluto del globo.
Il rischio, anche in questo caso, è quello di accogliere a braccia aperte l’appiattimento culturale e il pensiero unico di cui sopra, escludendo progressivamente la diversità, ed eludendo la relativizzazione del proprio punto di vista, esercizio già abbastanza diffuso alle nostre latitudini.
Ci sarebbe ancora molto da dire, specialmente sul campo che (stavolta realmente) vedrà l’intelligenza artificiale ricoprire un ruolo cruciale, e cioè l’ambito strategico-militare.
Potremmo parlare della competizione USA-Cina, che si punzecchiano a colpi di dazi e fentanyl, in attesa di scoprire le loro carte. Potremmo parlare del conflitto russo-ucraino, una guerra dove regnano droni sempre più automatizzati e performanti, come i FPV (una sorta di POV da videogioco evoluto), dotati di cavo ottico e capaci di colpire un bersaglio distante 30 chilometri, o i “dormienti”, che rimangono a terra per ore, attendendo pazientemente la vittima, come un ragno nella sua tela.
Tuttavia, misericordiosamente, voglio risparmiare le due sinapsi che vi sono rimaste se avete avuto il coraggio di arrivare fin qui.
In conclusione, confesso che la realtà mi confonde, e non so cosa credere: se, come sempre, l’uomo stia giocando a fare Dio, o se piuttosto voglia essere soltanto un fedele adoratore, suddito di una teocrazia che venera una nuova divinità, fatta di linguaggio binario e hardware.
A voi piace la direzione verso cui corre il nostro mondo?
Io, sinceramente, stavo bene anche prima.