Il 2026 è iniziato, politicamente parlando, come era finito il 2025. Gli Stati Uniti fanno gli Stati Uniti, e noi allocchi europei continuiamo a reggergli l’ormai sempre più consumato moccolo.
Da qualche ora gli americani sono riusciti a mettere le mani (in tutti i sensi) su Nicolás Maduro, leader venezuelano, oltre che brutale dittatore, in carica del governo dal 2013.
L’ex sindacalista e la sua first lady sono stati arrestati e trasportati in territorio statunitense con l’accusa di narcoterrorismo, peraltro non comprovata.
Come d’abitudine, gli Stati Uniti stanno riflettendo sulla nomina di un successore che riscontri il loro gradimento, e, a quanto sembra, la scelta potrebbe ricadere sull’avvocatessa Delcy Rodriguez, nonostante quella María Corina Machado strenua oppositrice di Maduro e fresca di Nobel per la Pace, per giunta soffiato proprio a Trump (non l’avrà presa benissimo).
Naturalmente, alle nostre latitudini è esploso il giubilo. Gente che canta di un altro mortale colpo inferto al famigerato “asse globale del male” (qualunque cosa voglia dire), celebrando il proverbiale intervento americano come l’ennesima riprova della loro incommensurabile bontà d’animo.
Dopodiché, poco importa che il Venezuela detenga il 18% delle riserve petrolifere mondiali. Minuzie trascurabili; del resto, è risaputo che l’America non agisca mai in nome di interessi personali, ma sempre per conto della cara vecchia democrazia.
Come diceva Gaber: “Gli americani sono portatori sani di democrazia, nel senso che a loro non gli fa male, però te la attaccano”.
Ecco, questa obnubilazione collettiva è forse l’aspetto più sorprendente delle reazioni europee alle vicende geopolitiche susseguitesi nel recente passato.
Non sono bastate Russia, Ucraina, Israele, Palestina, Iran, ora Venezuela, per farci aprire gli occhi. Crediamo tuttora in due cose che, secondo il mio modestissimo parere, bisognerebbe eliminare dal nostro immaginario al più presto: in primis, la visione globalizzata della politica, in secondo luogo, la divisione manichea del mondo in buoni e cattivi (dove noi interpretiamo il buon samaritano, com’è ovvio).
Chiaramente, vi è un evidente nesso di causalità che intercorre fra le due questioni; se noi stiamo coi buoni, allora chiunque venga identificato come cattivo sarà soggetto alla nostra interferenza forzosa nei propri affari interni.
Diamo per scontato di esser migliori di tutti coloro in disaccordo con la nostra idea di civiltà, di organizzazione sociale, di forma politica, e diamo per scontato che sia necessario ficcare il naso in casa loro per stravolgere lo status quo secondo i nostri desideri, spacciandoli per bene superiore. Una specie di Dottrina Monroe estesa a tutto l’Occidente.
Eppure, a ben vedere, per quale ragione a un italiano dovrebbe interessare della politica interna del Venezuela, del programma nucleare dell’Iran, dell’annessione dell’Ucraina alla sfera di influenza USA?
L’atlantista medio (per intenderci, il Calenda di turno, di cui attendiamo ansiosamente un nuovo tatuaggio celebrativo) risponderebbe che è nostro dovere farlo, onde evitare che la Russia allunghi la sua ombra conquistatrice sul Vecchio Continente, che il regime dei pasdaran decida di esportare la teocrazia islamica (tanti auguri), o che i malvagi comunisti prendano troppo coraggio.
Verrebbe da rispondere a simili considerazioni sciorinando la stessa solfa da loro utilizzata per accusare chiunque si azzardi a guardare alla questione russo-ucraina dalla prospettiva russa, e cioè di essere dei propagandisti, in questo caso non filoputiniani, bensì di Washington.
Tornando al rovesciamento di Maduro, a riprova del fatto che solo noi continuiamo a guardare agli americani come se fossero dei cavalieri senza macchia, bisogna dire che è la stessa opinione pubblica a stelle e strisce ad essersi espressa duramente riguardo all’operato dei propri apparati. Bernie Sanders, ad esempio, ha criticato aspramente Trump, dichiarando, senza mezze misure, che, per quanto riprovevole potesse essere il regime venezuelano, non era certo diritto degli USA allungare la propria mano per abbatterlo.
Donald, dal canto suo, non sembra essere interessato a indorare pillole, edulcorando la narrazione; è un Presidente degli Stati Uniti che, a differenza dei suoi predecessori, fa il Presidente degli Stati Uniti senza usare vaselina.
Così a proposito del Venezuela: “Governeremo il Paese fino a quando sarà necessario per una transizione sicura. Faremo intervenire le nostre grandissime compagnie petrolifere degli Stati Uniti, le più grandi al mondo, che spenderanno miliardi di dollari, ripareranno le infrastrutture gravemente danneggiate, e inizieranno a fare soldi per il Paese. Il dominio americano sull’emisfero occidentale non verrà più messo in discussione”.
Nessun valore morale occidentale, nessuna democrazia da preservare, nessun bene superiore. Solo affari e interessi.
Sono loro stessi ad aver tolto la maschera, rivelando la propria vera identità: quella di un impero, come Roma, come l’Inghilterra vittoriana, come l’Unione Sovietica. Modi diversi di declinare la stessa realtà.
Noi, tuttavia, preferiamo continuare a dormire il sonno dei giusti.