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Quanto costa la solidarietà? Essere umani è diventato un lavoro

Quanto costa la solidarietà? Essere umani è diventato un lavoro

Negli ultimi tempi si sta facendo strada un’idea piuttosto inquietante, se non spaventevole: crescere un figlio, accudire un genitore malato, gestire la propria casa e altre incombenze simili sono un vero e proprio lavoro, e perciò vanno trattate col rispetto che meritano. 

Non ci sarebbe nulla da eccepire, se non fosse che, in un mondo dominato dall’economia di mercato com’è il nostro, questa considerazione, tradotta, significa solo una cosa: se volete che io sia un genitore amorevole, un figlio premuroso o un buon padrone di casa dovete pagarmi. O meglio, il denaro è l’unico modo per riconoscere il valore della mia umanità.

Sui social si moltiplicano contenuti, peraltro dai toni alquanto sussiegosi, che calcolano gli sforzi di una casalinga o di un caregiver inscrivendoli nel tetro e arido mondo fatto di stipendi, straordinari, tredicesime e congedi retribuiti. 

Scrive Zygmunt Bauman: “Così come gli stati moderni che tutto regolano e tutto classificano non potevano sopportare l’esistenza di ‘uomini senza padrone’, […] i mercati moderni non sopportano l’economia di ‘non mercato’: il genere di vita che si riproduce senza passaggi di denaro”.

E, difatti, i professionisti del mercato hanno fatto e stanno facendo di tutto per conquistare quelle (ormai) poche zone grigie ancora illibate. È un colonialismo di duplice natura, sia orizzontale (estensivo) che verticale (intensivo). 

Il primo è il più facile da notare, giacché molto appariscente: un centro commerciale che prende il posto di un parco, o in altre parole, come canterebbe Adriano Celentano, “là dove c’era l’erba, ora c’è una città”. 

Il secondo è più subdolo, ma non per questo trascurabile, e mira ad annichilire quello spazio che si ostina a rimanere sordo ai trionfanti richiami di marketing e crescita del PIL, che il sociologo A.H. Halsey definisce “economia morale”.

Parole come condivisione, cooperazione, sostegno e aiuto suonano terribilmente desuete, per non dire deleterie, all’orecchio dell’homo œconomicus, razionale, spietato, sempre a caccia del miglior affare

Quanti di noi, avendo la necessità di smaltire indumenti vecchi o inutilizzati, sceglierebbero di regalarli ad amici o persone bisognose, anziché metterli in vendita (magari a prezzi gonfiati) su Vinted? Quanti si offrirebbero spontaneamente per dare una mano a un vicino di casa anziano a montare degli scaffali o ad aggiustare il televisore? Quanti preferirebbero giocarsi 10 euro piuttosto che darli a un mendicante?

Citando ancora Bauman: “Der Mann ohne Eigenschaften – l’uomo senza qualità – dell’epoca protomoderna è diventato maturo e si è trasformato (o è stato rimpiazzato?) nel Mann ohne Verwandtschaften – l’uomo senza legami”.

A pensarci, tutto ciò appare come un grosso effetto collaterale di uno dei principali mantra della nostra epoca: “Devi star bene con te stesso”. 

Star bene con noi stessi non solo è cruciale, ma, secondo il pensiero collettivo, è conditio sine qua non per star bene anche con gli altri. Ma, provando per un attimo a rovesciare questo granitico punto di vista, come si fa a star bene con se stessi, se si eliminano gli altri dal proprio orizzonte? 

Il precetto biblico più importante di tutti recita: “Ama il prossimo tuo come te stesso”, laddove l’amore di sé è dato per assiomatico. Eppure, come possiamo riuscirci, se non attraverso il contatto col prossimo? 

Possiamo arrivare ad amare noi stessi per davvero solo quando ci vediamo riflessi nel valore che ci danno gli altri.

Una vita del tutto individualizzata rende inaccessibile l’amore di sé, che infatti non c’è, sostituito dai molteplici surrogati che ci danno sollievo e ci svuotano la mente, rendendoci bestie docili e ammansite. E depresse. 

Le conseguenze sono ben visibili: le identità sono frammentate e mutevoli. Orfane di equilibrio, orbe di futuro. Sempre sull’orlo del precipizio.

Con certi chiari di luna, è difficile mostrarsi ottimisti. L’unico (forse) modo per salvarsi è fare marcia indietro. 

Subordinare la società alla comunità. 

Tornare a essere umani. Non per profitto, ma per passione.