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Riflessioni post-referendum

Riflessioni post-referendum

Alla fine ci siamo levati di torno anche ‘sto benedetto referendum, che ci lascia, assieme alla vittoria schiacciante del “No”, una variegata collezione primavera-estate di considerazioni e dubbi sul futuro prossimo (politico e non) del Paese. Sintetizziamoli in una rapida panoramica. 

Per la prima volta dall’inizio dell’attuale legislatura, Giorgia Meloni pare aver perso il suo tocco magico, quell’allure irresistibile che fino all’altro ieri la consacrava autorevole esponente dei consessi internazionali, e che oggi la costringe ad arrancare dietro alle Santanchè e ai Delmastro. La sinistra non deve inciampare in valutazioni grossolane, trattando questo risultato alla stregua di un proprio successo, giacché sarebbe presuntuoso oltre che fuorviante. 

Ma, soprattutto, i giovani (o presunti tali) credono di nuovo (o ancora?) nella politica, e, malgrado non sia il caso di lasciarsi trasportare da retoriche sentimentaliste o proclami avveniristici, è certo che la massiccia affluenza alle urne e la clamorosa forbice tra “Sì” e “No” nei voti degli under 34 significhino inequivocabilmente qualcosa.

Ecco, proprio quest’ultimo punto ci consente di riavvolgere il nastro, per tornare ai giorni del colpo di coda tentato da Meloni al fine d’invertire la rotta di una nave che già si stava dirigendo a vele spiegate verso i tentacoli del kraken: l’ospitata da Fedez.

La scelta della premier e del suo entourage è stata presentata come un’apertura della politica ai nuovi modelli comunicativi, quelli che “parlano ai giovani”

Ora, la puntata è stata oggettivamente noiosa e deludente; il solito spettacolo d’arte varia di propaganda governativa e risposte pre-impostate, facilitato dagli sforzi pressoché nulli degli intervistatori di fare le pulci all’intervistata, vero fine ultimo del servizio pubblico, a prescindere dai canali tramite cui lo si veicoli, siano essi i tanto bistrattati talk televisivi o i futuristici podcast coi loro sfavillanti colori.

Tuttavia, tralasciando i contenuti in senso stretto, la domanda che sovviene è un’altra: è tuttora possibile considerare Fedez un giovane, o, comunque, una persona realmente vicina al mondo dei giovani?

Fedez, dietro il velo dei mille tatuaggi e delle canottiere XXL, è un multimilionario di quasi quarant’anni, immerso fino al collo in un contesto sociale ed economico ormai lontanissimo dal sostrato culturale da cui ha mosso i primi passi. Quale giovane potrebbe mai specchiarsi nella sua vita plasticosa? 

Difficile immaginare dei ragazzi normali condividere uno yacht con Daniela Santanchè e Ignazio La Russa o scambiare messaggini con Matteo Salvini prima di entrare in sala operatoria. Invece, s’immagina con maggiore facilità che questa virata destrorsa sia stata parecchio utile al buon Fedez, sia nella burrasca del post-pandorogate che nella gestione delle sue pericolose amicizie milanesi.

La verità, confermata dallo stesso Marra nel corso del celeberrimo episodio del Pulp feat Meloni, è che “la comunicazione è manipolazione”. Perciò, il fatto di padroneggiare e sfruttare determinati stilemi formali, lessicali ed estetici, anche in virtù di una superiore affinità anagrafica con la Gen Z, non certifica in alcun modo una reale contiguità né una rappresentanza di qualche tipo, come dimostrato dalla compattezza dei giovani elettori nello scegliere da che parte stare.

Peraltro, a margine di ciò, ritenere sinceramente che il dibattito politico debba abbassarsi ulteriormente, calandosi senza vergogna nei bassifondi delle marchette e dell’intrattenimento youtubesco, è francamente svilente per l’intelligenza dei suddetti giovani che si professa di voler coinvolgere nella discussione pubblica.

In questi casi, torna sempre alla mente la sagacia di Gaber: “La democrazia non è nemica della qualità, è la qualità che è nemica della democrazia”.

In definitiva, una cosa è certa: questo tragico decennio sta lentamente ma gradualmente risvegliando coscienze nate e cresciute nella naftalina di un mondo fatato che non c’è più

Siamo certi che una pandemia globale, uno scenario geopolitico fibrillante e una precarietà ormai sempre più stato dell’anima tout court siano più che sufficienti per accelerare il processo, con tutto il rispetto per Fedez et similia.