Il dramma consumatosi negli ultimi giorni in Sicilia ha rimesso sotto la lente d’ingrandimento, se mai ne fosse uscito dal suo occhio, il problema, ormai atavico, del declino del Sud.
Un declino che si può fotografare da diverse angolazioni: demografica, infrastrutturale, culturale, sociale, e via di seguito.
Ormai, viene difficile, quando si pensa al meridione, immaginare qualcosa che vada oltre un vivaio da consacrare all’Italia più ambita, quella terziaria, sviluppata e continentale, o, al massimo, a un asso, neanche troppo nella manica, da calare in piena campagna elettorale per affabulare qualche elettore manipolabile.
Nelle ultime ore, com’è ovvio, si sprecano le parole di cordoglio, e con esse le buone intenzioni, espresse a suon di milioni (reali o ipotetici), che dovrebbero aiutare a ricostruire ciò che l’acqua ha distrutto.
Come sempre, tuttavia, le cause di un disastro naturale presentano radici profonde, che affondano in un terreno infestato da condoni e abusivismo, e, più in generale, da un malgoverno che fa coppia fissa con la criminalità.
Quando si guarda all’Italia che si estende sotto la linea di Roma, si ha la chiara impressione di trovarsi di fronte a una sciarada irrisolvibile. Già, poiché si tende a dimenticare che il nostro Paese è praticamente un’isola, che però, per una ragione o per l’altra, ha deciso di vedersi altopiano.
Vorremmo disperatamente assomigliare alla Germania o alla Francia, ma, per nostra sfortuna, abbiamo più in comune con la Libia o la Turchia, trovandoci letteralmente in mezzo al mar Mediterraneo.
E così, una nazione che dovrebbe avere nel mare il suo alleato più prezioso, e che dovrebbe definire la propria strategia collettiva sfruttando l’inequivocabile collocazione geografica, finisce per umiliarsi da sola, trasformando le acque da cui è bagnata in aguzzini forieri di calamità e tragedie: dai migranti, descritti come fantomatici agenti di un male chiamato sostituzione etnica, alle calamità, capricci della natura che, in barba alle avvisaglie o ai precedenti, si sceglie beatamente di ignorare.
Se le cose proseguiranno così, e non c’è motivo di credere che sia in programma un’inversione di rotta, il Sud si ridurrà a uno spoglio cumulo di villaggi, verosimilmente intervallato da qualche superstruttura per turisti ricchi e annoiati, a questo punto gli unici davvero in grado di godersi la celeberrima (e furbescamente celebrata) “vita lenta”, un’inevitabile conseguenza della mancanza di risorse e futuro, molto più che una scelta consapevole e controcorrente, rispetto all’assetto metropolitano dell’Europa occidentale.
C’è poi chi parla di sviluppo e infrastrutture, come l’infallibile Salvini, che si è trasformato nel primo sostenitore del ponte sullo Stretto (naturalmente, anni fa ne era un accanito detrattore), e, se la situazione non fosse tragica, ci sarebbe da sbellicarsi, considerando che stiamo parlando di una regione dove mancano strade e ferrovie, oltre che delle valide contromisure a situazioni d’emergenza, come quella occorsa nell’ultima settimana.
Insomma, all’orizzonte vediamo il consueto spettacolo d’arte varia fatto di raccolte fondi, stanziamenti, dichiarazioni solenni, visite ufficiali e post social (dai sapori vagamente propagandistici).
Cosa c’è di concreto? Beh, l’inguaribile scetticismo e il triste senso della realtà di un ragazzo del Sud suggerirebbero di credere che tutto si disperderà nel torbido vortice composto da “ammanicamenti”, corruzione e opportunismo; ma la speranza che una terra bellissima e apprezzata come la nostra possa riacquistare la propria dignità rimane, malgrado i suoi disillusi figli continuino, frettolosi e a ragione, a preparare i bagagli per volare via, pronti ad arricchire territori più sponsorizzati.
E pensare che un tempo puer apuliæ (il ragazzo del Sud) era il più noto epiteto di Federico II di Svevia, mentre oggi suona come una condanna alla miseria e all’esilio pronunciata il giorno stesso della nostra nascita.
Verranno tempi migliori. Forse.